Mifed 2001

Scritto da Matteo Di Giulio e Stefano Locati. Postato in FESTIVAL

Gli screening del Mifed sono sempre un appuntamento di rilievo per gli amanti del cinema orientale: è l'occasione giusta per vedere in anteprima i nuovi film, ancora in attesa di distribuzione, e riscoprire pellicole meno recenti. Gli addetti ai lavori confermano un incremento del volume degli affari, sintomo di un interesse sempre crescente nei confronti delle cinematografie meno conosciute. Hong Kong ha acquistato i principali successi coreani (e quindi li rivedremo presto in dvd e vcd), il thailandese Bang Rajan, violentissima storia di un villaggio in Visible Secretrivolta, è stato venduto a mezzo mondo e anche per Pistol Opera, attesissimo ritorno alla regia di Seijun Suzuki, le speranze di una distribuzione cinematografica sono tutt'altro remote. Purtroppo l'Italia anche quest'anno è rimasta alla finestra: con la probabilità di una riedizione in video dei bloockbuster hongkonghesi filtrati attraverso le versioni rieditate per il mercato statunitense.
La Corea - presente la Korean Film Commission a patrocinare l'intero movimento - conferma l'immagine di una cinematografia in costante crescita. La visione del nuovo, attesissimo, Kim Ki-duk, Bad Guy, ancora in post-produzione, salta all'ultimo minuto: non resta che accontentarsi del già visto ma pur sempre meraviglioso Address Unknown. Mezza delusione invece il prequel di The Gingko Bed, film che diede fama a Kang Je-gyu (Shiri): The Legend of Gingko di Park Je-hynn, collaboratore di lunga data di Kang qui al suo esordio, vede contrapposte due tribù, simbolo dell'ancora attuale divisione tra le due Coree. Il film è tecnicamente ineccepibile, con un uso parsimonioso degli effetti speciali, locazioni rigogliose, costumi evocativi e bei duelli, per una volta memori più dell'occidente che di Hong Kong. Peccato che si perda in una storia risibile, inficiata da un uso eccessivamente retorico dei sentimenti e dei colpi di scena a effetto. Difficile giudicare My Sassy Girl di Kwak Jae-yong: senza i due giovani interpreti il film sarebbe un disastro. Si tratta di una banale love story il cui pregio è scatenare la verve di Jeon Ji-hyun, la ragazza manesca e bizzosa del titolo, e Cha Tae-hyun, sbarbato succube dei suoi desideri. Grandissimi incassi in patria. Piacevolissimo Kick the Moon, commedia che in Corea ha ottenuto il quinto incasso di sempre tra le produzioni locali. Due compagni di scuola, uno sfigato, l'altro vincente, si ritrovano a vent'anni di distanza: le posizioni sono ora invertite, il primo è un potente gangster, l'altro un insegnante sempliciotto. Caso strano, entrambi si innamorano della stessa donna. Interamente giocata sulle ottime prove degli attori, la pellicola non risente della teatralità della vicenda. I continui contrasti tra i personaggi sono esilaranti e la mano del regista Kim Sang-jin (Attack the Gas Station!) è leggera nel dosare i diversi ingredienti: ironia, azione e sentimenti. Indeciso tra due anime, quella comica, e quella action, Guns and Talks (vita ordinaria di quattro killer) finisce per non soddisfare pienamente. Il punto di riferimento è l'astrazione alla Kitano, ma il risultato è una commedia nera annacquata nei buoni sentimenti. Il regista Jang Jin ha il pregio di dirigere benissimo gli interpreti e di virare alcune intuizioni in chiave mélo (la studentessa che vuole uccidere il suo professore, la anchor-woman tradita, la donna incinta corteggiata da uno dei sicari).
Liquidato l'insipido e noioso Besame Mucho, dramma ammiccante che si smarrisce in una imitazione di Proposta indecente (con qualche idea in più, ma ci voleva poco), si arriva a una vera sorpresa. My Wife Is a Gangster di Cho Jin-kyu è una commedia d'azione di quelle che non si vedevano da tempo. Eun-jin, una simpatica e cattivissima boss della malavita che sgomina gli avversari a colpi di forbici, è costretta dall'affetto per la sorella morente, che vuole redimerla, a cercarsi un marito. Coreografie magistrali, ritmo indiavolato e una solida struttura che gioca con i canoni del genere ne fanno un piccolo gioiello. Say Yes di Kim Sung-hong è un thriller di routine sulla solita coppia minacciata da un presunto psicopatico, girato con perizia tecnica ma privo di quella marcia in più che lo avrebbe reso degno d'attenzione. Qualche buon momento si dissolve nel mare degli stereotipi e non basta a salvare il film un finale in cui si nuota nel sangue. Musa - The Warrior, nonostante le grandi attese e un cast di forte richiamo (Zhang Ziyi da Crouching Tiger, Hidden Dragon), è noioso oltre misura. E' la storia (vera) di una delegazione diplomatica coreana in terra cinese: sfuggiti ad un agguato, i pochi superstiti si asserragliano in una fortezza insieme alla principessa Ming, sottratta ai ribelli mongoli. Eroismo a volontà per un finale patriottico in cui tutti si sacrificano pur di dimostrare quanto siano crudeli i cinesi. Friend di Kwak Kyung-taek sorpassa invece gli impliciti referenti (leggi Sleepers di Barry Levinson) per tessere un raffinato arazzo sull'amicizia. Grazie a un incedere tra tragico e fiabesco proprio delle grandi storie, un tono duro e al contempo sincero e attori compassatamente perfetti, questa storia crepuscolare riesce a colpire in profondità senza voler strafare o cadere in sterili trappole autoriali. Errore commesso al contrario dal disastroso Nabi: The Butterfly di Moon Seung-wook, finto film di fantascienza su un virus in grado di cancellare la memoria che degenera ben presto in un caleidoscopio di banalità, buchi di sceneggiatura, ellissi casuali e irritanti esperimenti estetici fini a se stessi. Il thriller Sorum di Yoon Jong-chan ha dalla sua un pedigree di tutto rispetto, ma ormai siamo abituati a ben altro (Tell Me Something è lontano anni luce) rispetto a un melodramma che indugia sul rapporto tra due vicini di casa: due omicidi e un accenno ad un mistero nel finale non cancellano dubbi e noia.
Hong Kong continua ad alternare luci ed ombre. A fare da contraltare a un discreto Visible Secret (di Ann Hui, regista di punta della New Wave), che sopperisce con l'eleganza formale alle deficienze narrative, c'è purtroppo il nuovo lavoro di Mabel Cheung, Beijing Rocks. Gli spunti interessanti non mancano (il confronto tra l'underground cinese e il cantopop cantonese), ma la messa in scena è piatta e monotona. Le cose peggiorano per raggiungere l'imbarazzo con Gen-Y Cops. Il solito robot all'avanguardia viene rubato da un gruppo di criminali che iniziano a spadroneggiare in città. Nessuna idea, poca azione, personaggi piatti, una messa in scena da action americano di serie b; Benny Chan peggiora se stesso nel dare un seguito al già mediocre Gen-X Cops.
Rimane il Giappone. Toshiharu Ikeda è la brutta copia di se stesso. Indovinato un horror, Evil Dead Trap, il regista continua sterilmente a riproporne forme (le soggettive in digitale) e contenuti (spiriti e possessioni): Shadow of the Wraith, con i suoi due scialbi episodi, non fa eccezione. Di Gojoe di Sogo Ishii, monumentale inno al combattimento, si è già parlato in occasione di Cannes. Non resta che confermare il giudizio estremamente positivo: la lotta tra i due guerrieri è quanto di più maestoso si sia visto sugli schermi negli ultimi tempi.  All About My House è una delicata commedia del popolare (in patria, quantomeno) Koki Mitani. Una coppia di novelli sposi deve costruirsi casa ed è stretta tra le idee progressive di un designer di interni loro amico e quelle tradizionaliste del padre architetto. Incedere lento, ma divertente quanto basta per scacciare la noia. Red Shadow di Hiroyuki Nakano è invece un forsennato action demenziale su un gruppo di ninja che si intromette nelle lotte tra feudatari per ristabilire la pace. Per goderselo basta dimenticarsi dei terribili epigoni americani. Il risultato - battute di cattivo gusto, coreografie iper-cinetiche con armi e colpi improbabili, vestiti fuori di testa - è un'ora e mezza di sano divertimento nonsense. L'atteso Avalon di Mamoru Oshii è un'attualizzazione del precedente Ghost in the Shell in chiave live-action che richiama eXistenZ ma veleggia presto verso lidi concettualmente opposti. Un calderone in cui hi-tech, videogiochi, guerra e filosofia vengono fusi e saldati da un'estetica algida e virtualmente perfetta. Regge bene la tensione per perdersi solo nel finale, ma divide irreparabilmente la critica. O lo si ama o lo si odia.Per finire The Princess Blade di Shinsuke Sato, tratto da un manga piuttosto conosciuto, è un tour de force di scontri all'arma bianca. L'ambientazione futuristica e l'esile intreccio non sono altro che un pretesto per le meravigliose coreografie del veterano Donnie Yen. Tra salti improponibili, sangue che sprizza da tutte le parti e amputazioni varie, non c'è il tempo di accorgersi che la lussuosa confezione contiene poco altro.

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