"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

A Man Called Hero

A Man Called HeroSubito dopo il successo di The Storm Riders Andrew Lau non perde tempo e si rilancia sul mercato con una storia ad ampio respiro che dispiega un altrettanto nutrito cast di star (quasi lo stesso del predecessore) e un eguale interesse per gli effetti digitali (seppure usati con molta più parsimonia). Se il prototipo aveva però a disposizione - tralasciata la banale storia - un afflato visivo non indifferente, qui ci troviamo di fronte a una più usuale vicenda di arti marziali e vendetta.
Hero ha appena ricevuto in dono la Spada Rossa, antico tesoro di famiglia. Tornando a casa dopo esser stato accettato come discepolo da un anziano insegnante, il nostro eroe troverà però la sua famiglia sterminata. Dopo aver scoperto che i sicari erano degli stranieri, Hero non esiterà a vendicarsi. Ricercato dalla polizia dovrà abbandonare la fidanzata e l'amico fidato per partire alla volta dell'America, dove verrà schiavizzato insieme a centinaia di altri compatrioti perché lavori in una cava. Stacco temporale. Il suo vecchio amico arriva negli Stati Uniti accompagnato dal figlio del protagonista. Sono sulle tracce proprio di Hero, di cui non hanno più notizie da tempo. Tramite una serie di flashback scopriremo allora la sua sorte, venendo a conoscenza delle lotte dei lavoratori, della sua amicizia con un monaco, della nascita dei figli e dello scontro con una banda di assassini giapponesi capeggiati da Invicible. A quanto pare Hero è nato sotto la stella della morte e una nefasta maledizione pare dover colpire tutti i suoi familiari.
La linearità quasi fiabesca che caratterizzava The Storm Riders viene qui accantonata per l'uso continuo dei salti narrativi. Purtroppo le scelte sceneggiative non sfruttano a dovere questa opportunità e, invece che aumentare il coinvolgimento emotivo, fanno precipitare la pellicola nella noia più assoluta. I flashback assumono infatti una valenza anti-narrativa per quanto sono sforzati, quasi inseriti a forza in una trama costretta a mantenere la sua linearità nonostante i continui cambi di narrazione. I personaggi si susseguono sullo schermo senza riuscire ad acquisire una qualsiasi personalità, ed ogni accenno a un coinvolgimento più profondo del pubblico cade nel vuoto, con scene ridondanti e retoriche che servono solo a spezzare la sospensione dell'incredulità. Senza dubbio Andrew Lau dimostra ancora una volta di non avere difficoltà a gestire una produzione ad alto budget, curando fotografia e inquadrature nei minimi dettagli. Guardando però i suoi film si ha sempre più la sensazione che nel grande disegno delle sue produzioni manchi qualcosa, un motore in grado di sorreggere l'interesse. Non è tanto un discorso di contenuti contrapposti alla forma - a ben guardare qualche spunto su cui lavorare ci sarebbe anche - quanto piuttosto un problema interno alle scelte estetico-stilistiche. Quasi come un gatto che si morde la coda, il difetto sembra sempre più focalizzarsi in una forma che non riesce ad uscire dagli ingranaggi spettacolari da lei stessa predisposti. Andrew Lau pare ormai vittima dello stile di Andrew Lau. Incapace di uscire dalle strutture costruite nel tempo, ogni suo film sembra sempre di più la parodizzazione dei precedenti (non è certo un caso l'esito comico in The Duel). Se a questo si unisce un impoverimento anche visuale del supporto digitale, sfruttato pacchianamente e in contesti inessenziali (i fan più incalliti possono gioire forse soltanto per la distruzione a colpi di spada della Statua della Libertà, nel finale), si può iniziare a comprendere la delusione che fa seguito alla visione.

Hong Kong, 1999
Regia: Andrew Lau
Soggetto / Sceneggiatura: Manfred Wong
Cast: Ekin Cheng, Kristy Yeung, Jerry Lamb, Nicholas Tse, Deon Lam

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