"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Au revoir, mon amour

Au revoir, mon amourTornato al melodramma dopo due commedie di successo - soprattutto I Am Sorry -, Tony Au mette in scena il suo lavoro più complesso e ambizioso, retrodatando le vicende amorose di una coppia appassionata, con terzo incomodo, alla Shanghai occupata dai giapponesi, a un passo dalla guerra del Pacifico. Au revoir, mon amour - è reperibile in dvd sotto il titolo alternativo Till We Meet Again1, - è un dramma passionale, cerebrale ma non astruso, che guarda a Sirk e ne adatta lo stile alto e fiammeggiante alle pulsioni belliche nazionaliste della Cina inasprita da conflitti interni e dalla resistenza ad oltranza di pochi coraggiosi. Non è affatto la soap opera che ha fatto storcere il naso a molti - è il caso di critici come John Charles e Paul Fonoroff, che additano come principale difetto l'inconsistenza della sceneggiatura -, ma un raro esempio di perfetta coesione di produzione costosa, valori importanti, grandissimi attori, risoluzione tecnica di altissimo livello e narrazione raffinata: quest'ultima parte da cinque personaggi e ne mette a nudo aspirazioni, velleità e propensione al sacrificio. Mei, cantante di night club, ritrova per caso il suo grande amore Shen, che da attivista ai tempi dell'università è diventato ora un combattente clandestino nella guerriglia anti-nipponica. Di Mei si innamora un generoso ambasciatore giapponese, Noguchi, che cerca, quando la situazione si fa pericolosa, di proteggerla dal feroce Tieh, capo della polizia segreta cinese. Tutto nasce da un complotto e da un omicidio, che permette a Tieh di incastrare l'odiato padre di Mei, padrone del night club in questione e amante di una bella entreneuse su cui lo stesso Tieh ha messo gli occhi (e le mani). Nel proseguio della resistenza, fatta di attentati e contromosse della polizia e dell'esercito giapponese, Shen e Mei si riavvicinano e si vedono costretti a lasciarsi numerose volte, finché la posizione dei due, e quella di Noguchi, viene compromessa definitivamente dalla guerra.
Non mancano le occasionali, ma necessarie, incursioni nel cliché tattico (la patina soft, sfarzo e lusso, i flashback prolungati, gli stereotipi mélo-noir), comprese le eleganti citazioni da Novecento di Bertolucci e Casablanca di Curtiz: caso strano, per un film di questo tipo, l'unico giapponese in primo piano - l'attore Hidekazu Akai, un ex pugile prestato alla recitazione - è un galantuomo positivo per cui è lecito spendere parole buone. Au plasma la materia come un maestro, non tirandosi mai indietro e mostrando tutto il possibile: sangue, violenza, amore, politica, sentimenti repressi, erotismo, tradimenti, persino coreografie mozzafiato. La cura formale - il poker vincente prevede fotografia, costumi, colonna sonora e montaggio, tutti magistralmente calibrati - è tanto evidente eppure non oscura il contorno, né insiste troppo sull'esibizione autocompiaciuta di stile o sulla predominanza asettica di un singolo aspetto rispetto agli altri. Come tutte le opere di Au, anche questa si distingue per una recitazione superiore (vedere il torrido adulterio tra la bravissima Carrie Ng, nominata all'HKFA come miglior non protagonista2, e il viscido sbirro collaborazionista Norman Chu), con personaggi vivi(di), memorabili, eroi e eroine da incorniciare e ammirare: lo spessore della cantante tormentata cui presta ugola e lacrime Anita Mui, o del partigiano che per la patria rinuncia all'amore - è un immenso Tony Leung Ka-fai, attore feticcio del regista -, valgono da soli più di un paio delle ultime deludenti annate del cinema di Hong Kong.

Note:
1. Per problemi di censura l'unica versione integrale (e disponibile) è quella doppiata in mandarino. Il titolo alternativo deriva da un verso di una delle struggenti canzoni con cui Anita Mui palesa la sua disperata solitudine.
2. La pellicola ha raccimolato altre tre nomination - miglior fotografia (Peter Ngor, Peter Pau, Bill Wong), miglior direzione artistica (Lun Wing-leung, Chan Ming-tao), miglior canzone originale (musica di Lun Wing-leung, testi di James Wong, intepretata da Anita Mui) - ma nessun premio.

Hong Kong, 1991
Regia: Tony Au
Soggetto / Sceneggiatura: Gordon Chan, Liu Wing Leung
Cast: Anita Mui, Tony Leung Ka-fai, Carrie Ng, Hidekazu Akai, Norman Chu

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