"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Behind the Yellow Line

Behind the Yellow LineIn un improbabile festival di contraddizioni e autoreferenzialità Behind the Yellow Line, mélo confusionario, commedia scordinata, caotico e musicale, romanticamente ingenuo e colorato, rappresenta in un colpo solo i mille volti di Hong Kong. Come nella canzone che ne decreta lo stesso anno il grande successo popolare, Leslie Cheung, nei panni di Paul Chan, un giovane introverso, cerca e trova Monica, bella, piena di problemi, conosciuta per puro caso aspettando il metrò. Comincia, subito dopo l'idillio iniziale, un crudele gioco delle parti, tra inseguimenti impossibili, amori contrastati, bisogni economici e desideri da soddisfare e/o rimpiangere. Per questa Maggie Cheung (al primo film), angelo sbarazzino e ferito, si farebbe di tutto: appena ventenne, reduce dalla sconfitta al concorso di Miss Hong Kong - si sarebbe rifatta con gli interessi diventando Miss Universo - giustifica ogni disperata follia. Sia da parte dell'intimidito nuovo fidanzato che di una schiera di mosche che le ronzano intorno, ingolosite da tanto fascino: il marpione che approfitta del luogo di lavoro per flirtare e l'uomo sposato che prima cerca un adulterio facile e poi prova a fare sul serio, quando è ormai troppo tardi. Sullo sfondo una rampolla ricca che, innamoratasi silenziosamente - chissà dove, chissà come e chissà perché - del nerd imbranato, lo aiuta a rovinare i propri stessi labili sogni d'amore.
La questione è se il bicchiere, colmato esattamente a metà, sia mezzo pieno o mezzo vuoto. Taylor Wong non è a suo agio con il materiale a disposizione e lo si vede fin troppo chiaramente nonostante qualche bella intuizione di regia: ha avuto miglior sorte con i wuxiapian fantastici degli esordi, e farà ancora di meglio più avanti, in ambito poliziesco. Alle prese con l'ironia da Cinema City di una commedia rosa che rischia ogni volta di sfociare nel dramma (socialmente inquadrato), continuamente perde (e recupera in extremis, sempre un attimo prima di sbandare del tutto) le briglie del discorso. Ha il merito di scavalcare d'autorità la sceneggiatura a raccordi, che si dimentica di spiegare tanti dettagli e che costringe agli straordinari la fantasia dello spettatore - non che sia un male, anzi -, per focalizzare l'obiettivo sulle facce stranite dei suoi giovani interpreti. Tanto efficaci da costruirsi di qui in avanti una carriera di rilievo (Anita Mui vince anche un Hong Kong Film Award come miglior non protagonista), predestinati al successo (come il divinatorio titolo cinese, Destiny, al di fuori del contesto sentimentale, potrebbe far intuire) e capaci di incrociarsi, di amarsi, di odiarsi, con immenso sfoggio di classe e naturalezza. In fondo Behind the Yellow Line è una sagace raccolta di trucchi e di invenzioni, pacchiane e geniali, un ossimoro ambulante che alterna situazioni tristi a improvvisi squarci di irresistibile allegria, che rimescola sapori noti (Leslie Cheung che porta a maturazione i suoi primi personaggi, i ribelli di Teenage Dreamers e Nomad; Alfred Cheung che parla di cinema al cinema) con l'impazienza tipica di chi ha fretta e deve correre - sfruttando il filo ipotetico della metropolitana, ovvero dell'ultima occasione, da non perdere - senza mai potersi voltare indietro.

Hong Kong, 1984
Regia: Taylor Wong
Soggetto / Sceneggiatura: Sek Wai Man, Lawrence Cheng, Chan Hing-kar, Gordon Chan
Cast: Leslie Cheung, Maggie Cheung, Anita Mui, Anthony Chan, Derek Yee

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