"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Black Rose II

Black Rose IIDopo il grande successo di 92 Legendary La Rose Noire e un seguito autorizzato, meno isterico, come Rose Rose I Love You, Jeff Lau torna al remake-omaggio-parodia degli splendidi anni '60 con un'altra deviazione post-moderna nel segno della nostalgia e, strano ma vero, dell'oltraggio programmatico. Black Rose II conferma il suo talento visivo ben sposato a una propensione all'assurdo e al fantastico sopra le righe: e lo incorona - non che ce ne fosse bisogno - come l'unico possibile erede cinematografico del genio di Chor Yuen, di cui riprende il prototipo The Black Rose, rivisitato ancora una volta in chiave personale e quindi assurdamente folle. Contenutisticamente slegato dal precedente lavoro, ma formalmente ancorato alla stessa idea di rivisitazione, il film opera sullo stesso livello: l'ironia volutamente demodé è un nostalgico richiamo ai bei tempi che furono, quando i film delle Jane Bond1 impazzavano e il cinema cantonese era una realtà produttiva e immaginifica. Ancor di più Lau preferisce concentrarsi sulle metafore impazzite, su impossibili se fosse spazio-temporali, su invenzioni fuori misura e sulle evoluzioni storico-tattiche, potenziali e portate alle estreme conseguenze, dei personaggi originali. In 92 Legendary La Rose Noire le due sorelle eroine erano inacidite e rimbecillite; qui l'unica Rosa Nera - la rediviva Nancy Sit2 - ha anche strane idee belligeranti. Prima rinchiude in una prigione in casa sua, per trent'anni, l'amato Lui Kei3, poi rapisce un timido fattorino che ha sedotto sotto mentite spoglie, infine, riconquistata a fatica la (in)vecchia(ta) fiamma, aiuta il giovane a salvare la sua amata, un'arrogante ballerina braccata da un'avida usuraia.
Musiche, colori, danze, canzoni - compreso un incredibile videoclip finale che riunisce tutti i protagonisti in un'esibizione canora collettiva -, scenografie, contrasti, ibridazioni, location, costumi e personaggi sono (ri)costruiti con una precisa idea, aggiornare al presente le raffinatezze kitsch del passato. L'architetto sfoggia il suo gusto per la farsa senza regole ma non lascia mai che le situazioni debordino e escano dal suo controllo: Lau - l'apporto alla regia di Corey Yuen è limitato alle splendide scene d'azione - si comporta come un mad doctor che progetti con stupefacente dovizia di particolari un piano folle per conquistare il mondo intero4, o forse solo quella piccola parte che ha casa a Hong Kong e dintorni (limitati). Non è necessario conoscere a menadito situazioni e caratteri per godere appieno di un universo parallelo lontano mille pianeti dalle galassie familiari: basta abbandonarsi con totale incoscienza all'ingenuo accumulo di estetizzazioni e goliardate (come la casa della Rosa Nera, ricca di trappole e passaggi segreti, o i gadget della scatola dei tesori: un rossetto che addormenta i nemici, una penna assassina, delle scarpe che ammaliano, un reggiseno dotato di bombe), un piccolo mondo rigorosamente a parte dove l'uomo comune, spaesato più che mai nonostante l'autoreferenzialità del progetto, non può che sperare in un qualsivoglia lieto fine che premi gli ottimi interpreti5, l'artefice di tutto e il loro encomiabile coraggio.

Note:
1. Secondo l'acuta definizione coniata da Sam Ho. Sam Ho - Licensed to Kick Men: The Jane Bond Films, in Law Kar (a cura di) - The Restless Breed: Cantonese Stars of the Sixties (Hong Kong Urban Council, 1996 - pagg. 40-46).
2. Anche lei come la Petrina Fung di 92 Legendary La Rose Noire è una diva del passato ritornata in auge prendendo in giro la sua stessa immagine.
3. E come nelle due precedenti pellicole anche in questa circostanza i sottotitoli non possono che tradurre alla meno peggio i tanti giochi auto-referenziali e le argute gag verbali, privando di forza l'ironia subdola e consapevole che pervade l'opera. Da segnalare assolutamente, nell'anarchica baraonda generale, i geniali titoli di testa, delizioso cappello introduttivo.
4. Con simili intenti la regia fiammeggiante non può che parlare lo stesso identico linguaggio delle psicologie malate che porta in scena: l'esperienza, a seconda della predisposizione di spirito dello spettatore, provoca il mal di testa o lo spazza via in un istante.
5. Tra cui spiccano, oltre alla bravissima Sit, Jan Lam, Spencer Lam (che sostituisce con grande spirito Tony Leung Ka-fai), la dolce (ma non troppo) Desiree Lam, il vitale Blacky Ko (cui tocca il ruolo più simpaticamente umiliante, tra pulsioni omosessuali e rigurgiti razzisti) e una mefistofelica Sandra Ng.

Hong Kong, 1997
Regia: Jeff Lau, Corey Yuen
Soggetto / Sceneggiatura: Kay On
Cast: Nancy Sit, Jan Lam, Spencer Lam, Lam Gei Wan, Sandra Ng

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