Breaking News

Scritto da Stefano Locati. Postato in FILM

Breaking NewsIn principio fu il piano sequenza: la stessa voce che in passato sembra aver agitato i sonni di Brian De Palma, tanto per stare sul semplice, deve aver colpito Johnnie To, che con i primi 6 minuti e 48 di Breaking News riesce a far muovere la macchina da presa in tutte le possibili direzioni delle tre dimensioni, e anche qualcosa in più, vista la disarmante fluidità con la quale - senza interruzioni - l'inquadratura avanza, retrocede, si alza, plana, gira, s'inerpica avvitandosi nello spazio angusto della strada-set, a carpire ogni segreto e particolare. Non una sterile dimostrazione di perizia tecnica, per quanto invidiabile, quanto una sapiente costruzione sincopata, sintetica, che riesce a raccontare il caos di una sparatoria nata dal caso solo spostando il baricentro dell'attenzione, senza bisogno di stacchi.

Sembra di assistere alla destrutturazione programmatica della prolungata e densa carrellata che riempiva The Sword of Doom, di Okamoto Kihachi (come idea già saccheggiata dal Corey Yuen di Fong Sai Yuk), in cui Nakadai Tatsuya cammina lungo un sentiero in un bosco avvolto dalla nebbia, seminando morte. Solo che qui la solidità della spada è sostituita dal deflagrare dei proiettili, gli alberi disadorni dai frattali cementificati dei grattacieli e il rigore formale della linea retta da un groviglio di traiettorie scomposte. Il risultato è il precipitare dei sensi in una indistinzione primeva, in cui guardie, ladri, passanti e innocenti diventano un tutt'uno fagocitato dal suono monotono di più caricatori svuotati alla rinfusa.
L'idea di Breaking News è simbolicamente chiara. Un manipolo di malviventi, guidato dal taciturno Yuan, è intercettato dalla polizia: per garantirsi la fuga (e togliersi di torno il tenace ispettore Cheung) mette a ferro e fuoco la città. La scena di un poliziotto che si getta ai loro piedi per avere salva la vita, ripresa casualmente dalle telecamere di una televisione, fa il giro dei telegiornali e mette in cattiva luce l'intero corpo di polizia. Oltre a catturare i cattivi, i poliziotti dovranno allora riguadagnare il favore del pubblico. Una volta individuato il nascondiglio dei fuorilegge - un casermone straripante abitazioni popolari - l'incarico di catturarli viene affidato alla giovane esperta d'immagine Rebecca Fong, che prepara un'operazione mediatica su larga scala. Ogni poliziotto viene dotato di una telecamera, e il centro nevralgico della lotta diventa la cabina di montaggio (che sostituisce fucili e polvere da sparo), con le immagini rimontate pronte da dare in pasto alla stampa. Ma seguendo i dettami della controinformazione, anche i malviventi hanno il loro canale di sfogo, e mostrano la loro realtà tramite un sito internet in cui uno degli ostaggi è riuscito a penetrare.
Johnnie To suddivide il film in tre segmenti distinti. La prima parte, a definire i toni, di fuga; la seconda, claustrofobica, entro i meandri del palazzo; la terza, conclusiva, nel rinnovato tentativo di fuga. Constatato che l'ultima rimane la più traballante (la volontà di chiudere il cerchio con lo scambio di favori tra killer non è portato a termine con convinzione, perdendo di attrattiva), le ragioni per gioire dell'ennesimo sforzo Milkyway sono numerose. Dal punto di vista realizzativo, anche escludendo il piano sequenza già citato, viene mantenuto uno standard frontale e diretto: la fotografia slavata, gli attori volutamente compassati, i dialoghi frammentari, paiono tutti parte di un disegno più grande per far emergere il contrasto con l'estetica insinuante dello schermo - quella della tv verità che intervista testimoni, sopravvissuti, genitori e amici creando la notizia e la realtà mediale (l'unica realtà ormai significante). Da questo punto di vista tutti gli attori risultano perfetti, credibili nella loro artificiosa semplicità: Richie Ren, mai così scomposto (con quei capelli corti che lo fanno apparire un Aaron Kwok demodé), Kelly Chen, senza trucco e contorno di sorrisi sbilenchi, e Nick Cheung, maschera monolitica (per quanto nel finale, a bordo della moto, appaia più una parodistica mosca tze-tze). Sul piano comunicativo, Johnnie To riesce poi a racchiudere nella più classica struttura del noir poliziesco - la caccia del gatto al topo - un'amara riflessione sullo status e la valenza dell'immagine nell'epoca del giornalismo embedded, in cui l'unica fonte di informazioni (dunque di verità) rimasta, appare essere quella al traino del carro ufficiale: qui la polizia, l'esercito (una battaglia "per i cuori e per le menti" che ormai diventa chiaro essere per il cuore e la mente del telespettatore). In aggiunta, tanto per non strafare, rimane l'usuale semplicità nella costruzione di personaggi a tutto tondo, capaci di narrare e far procedere l'intreccio nel mentre delle azioni più improbabili: si tratti di un'improvvisata gara di cucina tra fuorilegge nell'appartamento dell'ostaggio, il deprecabile tentativo di fuga di un padre spaventato o i problemi di aerofagia di un poliziotto teso.
Niente capolavori, ma Johnnie To dimostra ancora una volta quanto sia semplice (per lui!) coniugare commercio - se ben pubblicizzato, Breaking News potrebbe far sfracelli anche da noi - e una propria compiuta poetica.

Hong Kong, 2004
Regia: Johnnie To
Soggetto / Sceneggiatura: Yip Tin Shing, Chan Hing-kar, Milkyway Creative Team
Cast: Kelly Chan, Richie Ren, Nick Cheung, Lam Suet, Hui Siu-hung

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