"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Cageman

CagemanUno dei film più coraggiosi dell'intero decennio, Cageman di Jacob Cheung riprende la tradizione del dramma sociale negli anni '50 - la crisi degli alloggi era un tema tipico del periodo - e la adatta ai giorni nostri, portando sul grande schermo la storia di un gruppo di disadattati costretti dalla propria indigenza a condividere un fatiscente palazzo. Dove al posto degli appartamenti si vive in squallide gabbie, che a malapena riescono a fornire spazio e riparo ai loro abitanti. Dopo due decadi di tolleranza la società che possiede l'abitato vorrebbe demolirlo e costruire ex novo un grattacielo, bonificando la zona e rendendola più redditizia. Gli sfrattati si uniscono e alzano la voce: prima provano con la popolarità di due uomini politici abili a sfruttare la situazione a proprio vantaggio, poi decidono di fare fronte unico contro le forze dell'ordine giunte a sgomberare il palazzo.

Per rendere più plausibile il suo grido di dolore, Cheung utilizza esclusivamente veterani e vecchi registi disposti a passare dall'altro lato dell'obiettivo, con una sensibilità che Stephen Teo definisce geniale e umanistica1.
Punti di forza: l'interesse per il sentimentalismo familiare (padri e figli) e sociale non nuovo nell'opera dell'autore, e digressioni, delicate e illusorie, che hanno come fulcro gli inquilini e i loro rapporti (Roy Chiao e il figlio ritardato, un vecchio quasi centenario e il suo aiutante, un poliziotto inflessibile e il figlio delinquente che nel dormitorio trova la famiglia che non ha mai avuto). Contenutisticamente ricco, incisivo, Cageman è reso meno intransigente da qualche ornamento di maniera: come le forti parentesi melodrammatiche o la caratterizzazione simbolica dei personaggi, in special modo quelli negativi, che paradossalmente incarnano tutti i mali del mondo. Caso clou due politici, che per tre giorni si offrono di convivere con i senza tetto per comprenderne la difficile situazione: al mattino del terzo giorno i due, che avevano fino a poco prima fatto buon viso a cattivo gioco, non vedono l'ora di tornare alle comodità e agli agi cui sono abituati. Senza ovviamente aver combinato nulla di buono per i loro assistiti.
Lo stile di Cheung è secco, duro, ai limiti del documentario, con una fotografia volutamente grezza per sfruttare la forza di un soggetto poderoso e rivestirlo solo di stracci e miseria (umana). L'impatto polemico e la scorrettezza morale sono valsi il sigillo del Cat. III: ma la paura dei censori è soprattutto nei confronti di uno spaccato di quotidianità credibile, così intenso da far male. Soprattutto quando i personaggi, che parlano tantissimo e senza tregua, battibeccano tra di loro colpendosi con frecciate cariche di ironia e di disillusione. Grazie ad un'alternanza magistrale di registri differenti, dal drammatico al grottesco, la mano del regista guida lo spettatore a commuoversi, a sorridere, a cantare, ad affezionarsi e a parteggiare per gli oppressi, sperando che il finale amaro non sia, almeno per una volta, l'unica soluzione possibile. Il film ha meritatamente conteso a 92 Legendary La Rose Noire la palma di dominatore agli Hong Kong Movie Awards del 1992.



Note:
1. Stephen Teo - Hong Kong Cinema - The Extra Dimensions (British Film Institute, 1997).

Hong Kong, 1992
Regia: Jacob Cheung
Soggetto / Sceneggiatura: Yank Wong, Chin Yiu Hang, Jacob Cheung
Cast: Wong Kar-kui, Michael Lee, Roy Chiao, Guk Fung, Liu Kai Chi

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