"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

China Strike Force

China Strike ForceDarren e Alex sono due poliziotti delle forze speciali. Invitati alla sfilata di moda della fidanzata di Alex, assistono casualmente all'omicidio di una persona nel pubblico. Mentre Darren inizia la caccia all'assassino, Alex insegue una giapponese, Norika, che ha sottratto qualcosa dalla tasca del cadavere. L'omicidio infatti fa parte di un piano più complesso organizzato da Tony - giovane erede del vasto impero malavitoso della triade cui appartiene - per far arrivare un grosso carico di droga fino ad Hong Kong, nonostante il parere contrario del vecchio boss, legato alle tradizioni che non vedono di buon occhio lo spaccio di droghe...
Lasciamo perdere la trama. Non è un segreto che in film del genere sia solo un pretesto per scene pirotecniche o d'azione, e China Strike Force non fa certo eccezione. La storia infatti è piena di personaggi stereotipati che si muovono in un intreccio che chiamare lineare è dire poco. Da questo punto di vista mancherebbe ogni pur minimo interesse a visionare la pellicola, dato che lo svolgimento è già chiaro dopo i primi minuti. Non ci sono riservati particolari colpi di scena, infatti, se non qualche maldestro tentativo di movimentare il plot con doppigiochi piuttosto ingenui, che sembrano inseriti solo come stanca ripetizione di meccanismi rubacchiati qua e là da altri film (vedi il ruolo della bella Fujiwara Noriko o quello del capo della polizia). Ma se da questo punto di vista non ci si può lamentare troppo, più grave è una continua indecisione stilistica che appesantisce inutilmente la visione. Snervante è il continuo passaggio dal cantonese all'inglese, per pagare pegno alle star internazionali presenti (Mark Dacascos, già visto nel Crying Freeman di Stephen Gans, il rapper Coolio e la già citata Fujiwara), segno evidente della vera e propria crisi da esportazioni che sta colpendo Hong Kong, che obbliga ogni regista e produttore a trovare qualsiasi aggancio possibile per rendere più appetibile sul mercato internazionale i propri film. In questo il segno di una vera e propria occidentalizzazione serpeggiante che sta progressivamente erodendo i pilastri su cui si reggevano le peculiarità e particolarità del cinema cantonese (peraltro ibrido e meticcio di natura, ma nel passato con un suo proprio percorso di ibridazione ben riconoscibile), standardizzando le produzioni fino ad annegarle nella banalità o mediocrità.
D'altro canto Stanley Tong non è altri che il regista responsabile per buona parte del successo americano di Jackie Chan, ed era probabilmente impensabile che proprio in un suo film si cercassero strade alternative che garantissero sia un elevato tasso di "esportabilità" per il prodotto-film, sia una ricerca personale atta a scongiurare il pericolo di omologazione (e quindi scomparsa) dell'industria nazionale.
Chiusa la parentesi forse inutilmente polemica, resta da esaminare la parte più importante del film (il boccone migliore si lascia sempre per ultimo, no?), vale a dire le scene d'azione. Scontri e inseguimenti, come prevedibile, si susseguono per buona parte della visione, e nonostante alcuni fan si siano lamentati per la loro esiguità, le coreografie risultano decisamente all'altezza. Merito dello stesso Stanley Tong e di Ailen Sit - già coreografo di punta in Tokyo Raiders di Jingle Ma e co-martial arts director in Police Story III Supercop. Proprio a partire da quest'ultimo i due si autocitano per la scena di salto con una moto. Se là si trattava di Michelle Yeoh che saltava sul tetto di un treno in corsa, qui è Aaron Kwok che vola dal tetto di un furgoncino ad un pullman in movimento. Aumentano rispetto alla media le scene che coinvolgono delle auto (carina l'idea di un inseguimento tra una fuoriserie da corsa e un'auto da formula 1 nel pieno di una strada trafficata), e c'è la continua rincorsa all'effetto più strano e spettacolare. Le scene di combattimento sono ben girate e piuttosto divertenti, ma il piatto forte arriva solo con il classico scontro finale, in cui (senza svelare troppo), tre personaggi si combattono su una lastra di vetro instabile sospesi a centinaia di metri dal suolo nel mezzo di un cantiere edile.
Un film di routine quindi. E se tutto il contorno è decisamente mediocre, rimane comunque la soddisfazione nel visionare scene d'azione che per il cinema spettacolare americano sono ancora un sogno irraggiungibile.

Hong Kong, 2000
Regia: Stanley Tong
Soggetto / Sceneggiatura: Stanley Tong, Steven Whitney
Cast: Aaron Kwok, Wang Lee Hom, Fujiwara Noriko, Ruby Lin, Mark Dacascos

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