"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

City of Desire

City of DesireQuando è uscito al cinema, tutto faceva credere che City of Desire fosse il seguito di Portland Street Blues: stesso regista (Raymond Yip), stessi protagonisti (Sandra Ng, Alex Fong, Kristy Yeung, Anthony Wong), stesso produttore (Manfred Wong). Il battage pubblicitario della pellicola non a caso ha insistito molto sugli aspetti exploitation dell'opera. Dopo una decina di minuti di visione ci si rende conto del tremendo equivoco. Né triadi, né giovani e pericolosi, né storie di ordinaria violenza criminale, bensì un intenso docu-drama sulla vita notturna a Macao. Laddove coesistono gioco d'azzardo e prostituzione pseudo-legalizzata, le uniche due fonti di sostentamento dell'ex colonia portoghese.
In realtà questo rozzo dramma populista vuole portare l'ingenuo spettatore hongkonghese a riflettere sulla sua considerazione dei vicini di casa. I cinesi ricchi (e con un certo razzismo gli autori non mancano di sottolineare che sono più mandarini che cantonesi) approfittano del lusso e della situazione di tolleranza che vige e Macao per soddisfare a caro prezzo (ma neanche tanto, visto che a non essere schizzinosi ci sono occasioni per tutti i palati) i propri desideri primari. Il tutto filtrato attraverso gli occhi innocenti di una donna, Sandra, che ritorna a casa dopo dieci anni: il padre sta morendo e tocca a lei prendere le redini dell'industria turistica familiare, che comprende decine di centri di accoglienza per giovani ragazze smarrite in cerca di denaro facile. Le ballerine vengono dall'est dell'Europa (Russia, Croazia, Lituania), le hostess e le club girls principalmente dalle province mainlander (Sichuan, Shenzhen, Zhuhai, e così via). Aiutata a comprendere una situazione a lei inizialmente sconosciuta, Sandra prova a gestire, con l'aiuto dei bracci destri Uncle Motor e Johnny, gli affari senza urtare troppo la sua coscienza femminile: sarà l'incontro con un'amica d'infanzia, la ribelle Pepper, a scuotere l'imprenditrice dal torpore e a sciogliere i suoi dubbi riguardo la misera condizione delle sue impiegate.
Come palliativo alla quasi totale mancanza di fiction, i due sceneggiatori Manfred Wong e Bryan Chang (il probabile artefice del cambio di direzione) aggiungono personaggi la cui durata in scena è variabile (il prete interpretato da Anthony Wong, la maestrina Kristy Yeung, che appare per poco meno di un minuto) e due sottotrame accessorie, una all'insegna del mélo (la brevissima storia d'amore tra un poliziotto e una massaggiatrice sordomuta), l'altra del thriller a basso costo (coinvolti Pepper, la sua inseparabile amichetta e un capo-gang violento e infido). Non paghi e poco convinti di essere riusciti ad erudire sull'argomento della trattazione, gli artefici della pellicola non si limitano a sottintendere, ma arrivano addirittura a suggerire le metafore interpretative e i punti di vista da tenere presenti per meglio comprendere il senso dell'opera. Non si spiega altrimenti la presenza di Brother Kam, un prete disilluso, che paragona Macao a Sodoma e Gomorra e vede in Sandra una moderna Lot, unica anima pura in un inferno di peccatori.
Peccato che sia impresa difficile, se non impossibile, innalzare un monumento di integrità a un film decisamente brutto, scritto male e convenzionale nella forma. La pellicola di Raymond Yip è piatta, noiosa e anche quando non parla con il tono saccente del documentario (la panoramica iniziale sull'economia di Macao o la spiegazione di come vengono trattate le ragazze nei club) risulta didascalica. Le sottotrame sono poca cosa, nel genere si è già visto di meglio (anche se rimane impresso il volto triste del caratterista Blacky Ko) e l'approccio forzatamente didattico stona con la patina di maledettismo (la morte tra le fiamme di uno dei personaggi), compreso un finale melodrammatico totalmente fuori luogo.

Hong Kong, 2001
Regia: Raymond Yip
Soggetto / Sceneggiatura: Manfred Wong, Bryan Chang
Cast: Sandra Ng, Josie Ho, Alex Fong, Blacky Ko, Law Kar-ying

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