"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

City of Glass

City of GlassDue persone, un uomo e una donna insieme in una macchina, hanno un incidente mortale durante l'euforia generale londinese del Capodanno 1997. I due figli accorrono in Inghilterra dall'America e da Hong Kong, per riconoscere i corpi e sbrigare le pratiche del funerale. Il problema è che i due ragazzi non sono fratello e sorella, ma due estranei, perfetti sconosciuti...
Apparentemente un'ardente vetrina (patinata anche!) sui sentimenti tra le persone, in realtà una dichiarazione d'amore per la (non) appartenenza a Hong Kong, e per le età ormai passate della vita. Questo è City of Glass, curioso titolo affascinante, omonimo di due libri di Paul Auster prima e di Douglas Coupland poi (libri con i quali non ha niente in comune, se non appunto, l'omonimia e una strana certa passione per le grandi città verticali, sul mare). Senza svelare troppo e non connettendo gli indizi tra di loro, se City of Glass esiste, è colpa di un paio di addii, anche autobiografici. Infatti la regista Mabel Cheung e il suo compagno e co-sceneggiatore Alex Law sono stati studenti universitari di Hong Kong, e, laureatisi nel 1973, hanno realmente vissuto nel dormitorio universitario mostrato nel film, l'Ho Tung Building, che hanno voluto immortalare/omaggiare prima che venisse demolito, subito dopo le riprese, per fare spazio ad una nuova ala dell'università. I due protagonisti, Raphael e Vivian (Leon Lai e Shu Qi, innamoratisi realmente sul set!), ingenui, semplici e speciali, ci mostrano bene cosa fosse la vita per gli studenti di trenta anni fa: un misto di convinzioni politiche in fondo pacifiste1, e di sofisticate ricercatezze coloniali levigate sottoforma di educazione universitaria, in grado di aprire tutte le porte del mondo del domani. Dunque City of Glass è per metà un grande flashback ambientato nei primi anni '70, sviluppato a più riprese, ognuna come un piccolo cortometraggio, con tanto di colonna sonora vintage.
L'altra metà del film rappresenta invece il secondo addio ispiratore, e ha luogo nel 1997; anche questa parte è frammentata e comincia con il capodanno occidentale per finire con i festeggiamenti dell'handover, il 30 giugno. È significativo che Vivian e Raphael, rappresentanti innamorati della memoria intima e collettiva di Hong Kong, muoiano proprio a Londra, allo scoccare della mezzanotte del primo gennaio 1997, ossia il primo giorno dell'anno della fine della libertà e identità della colonia britannica, concessa e poi tolta alla città, appunto, dagli inglesi. Dunque Vivian e Raphael muoiono, cioé Hong Kong muore, già prima della scadenza ufficiale, impotente di fronte al destino della restituzione ai cinesi. A questo proposito è interessante notare che mai esplicitamente viene chiamata in causa la Cina, ignorata per tutta la durata del film, perfino durante le riprese (reali) della cerimonia notturna della restituzione, quando Mabel Cheung decide di catturare un istante del discorso del pincipe Carlo, distante e inquadrato mentre appare in un monitor, evitando invece di filmare gli altrettanti convenevoli del nuovo governatore cinese Tung Chee-hwa, come per esempio accade in The Longest Summer di Fruit Chan, che mette in scena tutti i responsabili della restituzione, in un approccio doloroso ben differente (e proletario).
Però un tentativo di riunione della diaspora tra cinesi-hongkonghesi in giro per il mondo c'è, a partire dal personaggio di Daniel Wu, David, hongkonghese americanizzato figlio di Raphael, dapprima riluttante perfino a mettere piede a Hong Kong, la città dei suoi genitori, poi invece affezionato e immalinconito, a tal punto da decidere, prima del termine ultimo che si era dato (il suo trentesimo compleanno), di fare l'amore con Wolly Suzie, la figlia nata e cresciuta a Hong Kong di Vivian; una data da infrangere, da contestare, prima che sia troppo tardi.
Il presente del film, segmentato e sfaccettato e ripreso dai vetri degli edifici trasparenti, colorati di luce atmosferica o scomposti nella pioggia, è visto come uno strano vuoto silenzioso, in cui le persone e le cose (i taxi e gli aereoplani) si sfiorano, continuando a viaggiare parallele senza mai realmente incontrarsi: ciò vale per i giovani, consapevoli che la loro generazione non solo non è rivoluzionaria, ma non ha meriti. E vale anche per gli ex giovani (ed è inutile rimproverare a Leon Lai e a Shu Qi di non sembrare sufficientemente quarantenni in questa fase del film, perché sono tutti e due talmente belli, che davvero non avrebbe avuto alcun senso invecchiarli più di tanto, considerato anche che del resto il cinema è finzione!). Vivian e Raphael, nel tentativo di rinverdire una passione stemperata dalle pieghe della vita, non possono fare altro che essere incapaci di modificare il presente e collezionare memorie del passato, come l'enorme cassetta postale che Raphael regala a sé stesso e a Vivian, per rimetterci dentro ed unire tutte le lettere che si sono scambiati negli anni in cui erano lontani (ancora una volta: metafora dell'impossibilità di modificare il destino di Hong Kong, seppure con tutti i soldi del mondo a disposizione. Infatti negli anni dell'ultimo boom economico prima della recessione del post-handover, con i soldi è possibile comprare i ricordi e qualche breve, letteralmente volante attimo di felicità, ma niente di più).
City of Glass, elegantissima co-produzione tra U.F.O., Golden Harvest e finanziatori giapponesi, costata 15 milioni di dollari di Hong Kong, ha l'apparenza di un mélo (i vari momenti di Leon Lai a bordo della MBZ decappotabile verde, mentre guarda verso la finestra di Shu Qi, che proprio in quei momenti lo sta pensando...), ma è soprattutto la personalissima riflessione di Mabel Cheung e Alex Law sul consegnarsi degli hongkonghesi ai cinesi, con perplessità e irrisolutezza. In quanto melo la pellicola non è priva di difetti, quelle particolari imperfezioni ingenue dei film di Hong Kong che tanto fanno ridere gli occidentali (la parrucca di Leon Lai; il rincorrersi telefonico-cellulare; l'accondiscendenza dei compagni e compagne di università di Raphael e Vivian... Insomma bazzecole...). La direzione della fotografia di Jingle Ma è splendida, e ci si ritrova a commuoversi coinvolti dalle vedute aeree di Hong Kong, in un sentimento di malinconia al quale è difficile resistere. La colonna sonora di Chiu Tsang Hei è anche accuratissima, e viaggia in profondità nei canali delle emozioni, con brani originali e tormentoni ormai modernariato (ma è sciocco, davvero sciocco fare gli schizzinosi solo perché il brano Try to remember viene ripetuto più volte)2.
Leon Lai e Shu Qi, forse non sono considerati grandi attori, e forse non lo sono, ma qui sono perfetti, (Shu Qi è piaciuta così tanto a Mabel Cheung da volerla anche per Beijing Rocks). Nicola Cheung, studentessa universitaria hongkonghese, attrice part-time, e Daniel Wu, al suo debutto, sono anche molto bravi, a tal punto che Daniel Wu venne nominato per il premio come miglior nuovo attore al prestigioso trentacinquesimo Golden Horse Award (ed è poi finito anche lui in Beijing Rocks)3. Per concludere: ad un certo punto del film, Wolly Suzie e il figlio di Raphael portano in ospedale Buster, un cagnolino che ha avuto un incidente, appartenuto a Vivian e Raphael. Complice il dottore di turno, assistiamo al seguente dialogo: «Di' alla tua ragazza di farlo riposare»; «Ma non è la mia ragazza!». «Allora tua sorella...». «No!». «Beh, che importa, tanto dopo il 1997 siamo tutti compagni».

Note:
1. Nel film sono rappresentati vagamente e in modo un po' naive, gli scontri del 1971, quando nel Victoria Park gli studenti dimostrarono per scongiurare una nuova invasione giapponese nelle isole Diao Yu Ta, e la polizia tentò di sciogliere la manifestazione a manganellate.
2. Curiosità: L'aiuto regista di City of Glass è Thomas Chow, futuro autore di Merry-Go-Round.
3. A dire la verità le nomination del Golden Horse Award per City of Glass furono ben undici, comprendendo la prima nomination della carriera di Leon Lai come attore protagonista. Alla fine i veri premi furono solo cinque: migliore sceneggiatura, migliore direzione della fotografia, migliore montaggio, miglior suono, miglior film scelto dal pubblico.

Hong Kong,  1998
Regia: Mabel Cheung
Soggetto / Sceneggiatura: Mabel Cheung, Alex Law
Cast: Shu Qi, Leon Lai, Nicola Cheung, Daniel Wu, Eason Chan

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