"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Crystal Fortune Run

Crystal Fortune RunSomewhere, sometime. Con questa scritta parte Crystal Fortune Run, mettendo subito in mostra le sue intenzioni a metà strada tra l'eccessivo e il fumettoso. In effetti, a guardare la trama, non ci troviamo di fronte a nulla più che a un qualsiasi fumetto pulpeggiante che calchi un po' la mano sull'azione, ma senza dimenticare il lato struggente della narrazione. Con echi sia dal manga di Tsukasa Hojo Occhi di gatto che dal telefilm Charlie's Angels, e con un pizzico di follia esuberante alla Saviour of the Soul.
Il poliziotto Kwong della squadra speciale, coadiuvato dalla aiutante JJ, sta indagando su una serie di attentati che hanno preso di mira i dipendenti della multinazionale Tung Tik Group. Kwong però ha dei problemi con l'alcool fin da quando ha incontrato una misteriosa assassina di cui si è innamorato (e della quale conserva un anello che è riuscito a strapparle durante uno scontro). La suddetta criminale, Wind, che tutti credono essere un robot, ha in realtà l'unico scopo di sottrarre alla Tung Tik il misterioso diamante dell'imperatore Chen, oggetto per cui si mobilita anche un gruppo di ladri specializzati cappeggiato da Octopus - la quale viene messa sulle tracce del gioiello dal loro capo, Old Buddhist, che li contatta sempre e solo tramite radio o fax. Con queste premesse, il triangolo di amore/odio tra Kwong, Wind e Octopus è assicurato, arricchito per di più dalla scoperta che il retroterra della Tung Tik non è esattamente pulito...
La carne sul fuoco è sicuramente tanta (per chi non pretende plot intricati con decine di sottotrame, beninteso) e sicuramente sufficiente a reggere le sorti di un'opera con tali velleità. C'è però qualcosa che non funziona a dovere, e molto spesso lo spettatore si ritrova un po' sperduto a domandarsi quale pezzo si sia perso e il motivo di ciò che sta succedendo sullo schermo. Il che non è propriamente dovuto a difetti grossolani della sceneggiatura, ma a una messa in scena che si abbandona a continui salti ed ellissi alla lunga un po' sconsiderati. Tolto questo non trascurabile particolare, il film è però godibile. In primo luogo per la fotografia curata e colorata, che dona all'intera pellicola un aspetto scanzonato e gradevolmente naif. In seconda istanza per l'interessante regia, che alterna veloci movimenti della macchina da presa a ralenti forsennati. Poi per le coreografie, che non sono certamente il punto centrale, ma che acquistano una notevole predominanza soprattutto nella seconda parte. Soprattutto Wind e Octopus sono protagoniste di piroette e capriole al limite del possibile, sempre coinvolte come sono in sparatorie, inseguimenti o scontri ravvicinati.
Discorso a parte lo meritano gli attori. Simon Yam si barcamena come sempre tra il suo volto da Don Giovanni impenitente e la sua anima oscura, risultando in questo caso un po' troppo sopra le righe (che tutto considerato era forse l'effetto voluto). Cheung Man è al posto giusto nel ruolo della fredda ladra dal passato tormentato, e ben si adatta al personaggio il suo sguardo freddo ma intenso, anche se poi la scena femminile è completamente usurpata dall'impertinente Anita Yuen. Irresistibile quando parla e scherza con gli amici, quando cerca di far arrabbiare la collega di Kwong (immancabilmente gelosa del suo capo), o quando approcia Simon Yam in discoteca, boccheggiando nel suo assurdo vestito. Altra cosa interessante del film in effetti sono costumi e scenografie. Al di là della scelta vincente di vestire le due protagoniste una totalmente di bianco e l'altra di nero, si nota una cura insolita nel ricreare ambienti surreali - il caveau dove è costodito il diamante o l'assurda centrale di polizia su tutti.
Un film scanzonato, senza pretese, ideale quando si è moderatamente depressi - non troppo, altrimenti si guarda solo ai difetti - per tirarsi un po' su.

Hong Kong, 1994
Regia: Chris Lee
Soggetto / Sceneggiatura: Chau Ting
Cast: Simon Yam, Cheung Man, Anita Yuen, Kirk Wong, Kent Chow

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