Death Duel

Scritto da Stefano Locati. Postato in FILM

Death DuelYen Shin-san, misterioso guerriero nero vestito, deve fronteggiare sette opponenti: «Voglio uccidere voi tutti in tredici colpi» annuncia. E così fa, con letale precisione e rigorose movenze al limite della stilizzazione. In questo incipit sta tutto il fascino funereo a angoscioso di un wuxiapian crepuscolare, che si ammanta di movimenti di macchina fluidi e penetranti, di inquadrature pressoché prefette e di rigogliose location dai toni pastello (ricreate rigorosamente in interni) per narrare una storia ricca di stravolgimenti, che racconta l'impossibilità della fuga dalla propria nomea e dal proprio mondo. Se infatti Shin-san insegue il sogno di diventare vertice incontrastato del mondo delle arti marziali - e per questo è disposto a rincorrere tutti i migliori spadaccini, fino ad annientarli - all'opposto Ah Chi, dopo anni di duelli e di morte, rifugge da quel mondo, ricercando nella semplicità di un lavoro frugale la pace interiore che gli è sempre stata negata. E mentre i fratelli Mu Yung manovrano nell'ombra per mettere i più rinomati cavalieri l'uno contro l'altro, in modo da guadagnare più velocemente la vetta - in un delirio di onnipotenza caricaturale quanto persin troppo verosimile (basti la follia che anima Chien Lung, costretto a vivere incatenato perché non uccida anche i suoi amici e parenti) - il fato strappa Ah Chi dalla sua nuova vita. Gli viene progressivamente sottratto tutto quello che si era faticosamente guadagnato col sudore, e non gli resta che scendere a patti con la sua vita (mai) dimenticata - ma senza arrendersi definitivamente: perché se è vero che «non è facile essere un nessuno», non è comunque possibile tornare indietro. «Sono cambiato, e così la mia spada», assicura, brandendo un ramoscello al posto del solido metallo.
La brama di potere da un lato e la fama dall'altro distruggono l'uomo dall'interno, lo logorano fino a sfinirlo, fino a renderlo un burattino schiavo delle proprie vaneglorie, pallido ricordo dell'uomo che era e che pure non vorrebbe più essere. Sintomatico che a tratteggiare un personaggio come quello di Ah Chi, segnato indelebilmente dai traumi, sia allora chiamato Derek Yee, qui al suo esordio (lo stesso Derek Yee oggi più conosciuto quale regista, da The Lunatics fino a The Truth About Jane and Sam, passando per C'est la vie, mon cheri e Full Throttle): il suo volto efebico e sensuale, il suo sguardo innocente eppure corruciato, sembrano essere in netto contrasto con i dilanianti dilemmi del protagonista. Ma forse proprio in questo sta la sua forza, la possibilità cioé - nonostante tutto quello che ha vissuto (e che ha senza dubbio fatto vivere agli altri) - di ritrovare ancora e sempre la speranza, una serenità inattaccabile.
Tra continui alti e bassi - dalla poesia di un dialogo ad effettacci degni del cinema più macabro (la sequenza in cui per estrarre un veleno dal corpo, il guaritore scarnifica la pelle e picchia martellate direttamente sull'osso!) - si stabilisce un equilibrio sincopato e sfuggente, in una ipnotizzante ordalia di sangue che illumina con il suo freddo pessimismo i lati più oscuri dei nostri desideri.

Hong Kong, 1977
Regia: Chor Yuen
Soggetto / Sceneggiatura: Chor Yuen
Cast: Derek Yee, Ling Yun, Nancy Yen, Chan Ping, Candy Yu

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