"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Devil Touch

Devil TouchSi è a più riprese cercato di sottolineare l'influenza di certo cinema hongkonghese sull'industria hollywoodiana, che ne ha vampirizzato per lunghi periodi idee e mitizzazioni; ma in un perenne e reciproco gioco di scambi, si può guardare senza paura alla faccia inversa della medaglia. E' quasi banale, infatti, notare che molte pellicole di Hong Kong hanno spesso avuto come referente il cinema di genere americano, ibridizzato in due possibili esiti: una rilettura destrutturata e personale (nelle ipotesi migliori), o una semplice copia sbiadita (nelle peggiori). Via intermedia risulta allora essere questo Devil Touch, che riprende il thriller legale/finanziario trasportandolo di peso nell'ex-colonia britannica, per un trattamento che certo non aggiunge nulla di nuovo, ma che ciononostante non risulta semplicemente una rifrazione pedissequa. Il film di Billy Tang - un passato mai dimenticato nei Categoria III, oggi riciclato come spoglio esecutore di film che della mediocrità tentano di fare virtù - è infatti un buon esempio di come dalle ceneri di decine di pellicole vieppiù rimasticate si possa trarre un plot sensato (perlomeno in buona parte) e mantenere costantemente alta la tensione. La trama è poco più che un pretesto per mostrare la corruzione e il cinismo che regnano incontrastati nelle società multimilionarie dell'alta finanza. L'incipit è l'accusa di stupro da parte di una segretaria, decisa a denunciare il suo capufficio. L'azienda, per non dare adito a un pericoloso scandalo, chiama ad indagare un socio super partes, Joe, con il compito di fare luce sui fatti. La segretaria ha un consistente risarcimento in denaro, mentre il capufficio viene licenziato. Il problema è che Joe si trova così immischiato in un raggiro che ha origini molto più profonde; tra gli alti dirigenti dell'azienda è infatti in atto una serie di manovre, va da sé il più delle volte illecite, per garantirsi un redditizio e prestigioso posto ai vertici del quadro, al momento vacante. In questo modo Billy Tang ha l'opportunità di farci cadere in una girandola di doppi o tripli giochi, bassezze, degenerazioni e, perché no, persino omicidi.
A dominare la scena pensano Alex Fong e Pinky Cheung. Il primo, nel ruolo dell'investigatore, ha un fare rilassato, consapevole della sua forza e dei suoi limiti, con un modo di recitare per tutto simile a quello di Richard Gere (tratto che a ben vedere l'ha sempre segnato). La seconda, persa tra motoseghe, benzina e parentesi di lesbismo patinato vagamente ruffiano (stessi esiti che in Bound - Torbido inganno), ben caratterizza l'inabissarsi nella follia che il desiderio di soldi e soprattutto di potere possono provocare; in questo assunto si concentra tutta l'aberrazione del film, con il sangue come elemento comune. La macchina da presa - prima apparentemente rilassata, poi con sbalzi improvvisi di follia epilettica (nel solito stile di Tang) - si muove in ambienti d'alta classe, tra uffici immensi e ville a più piani, una volta tanto eleganti quanto effettivamente il soggetto richiede. Piacevole infine è notare come alle riprese sia stata dedicata attenzione particolare, con una cura insolita per la fotografia: dominata da luci virate in blu e colori accesi, ben rende l'idea di freddezza e sterilità degli ambienti più esclusivi.
Devil Touch è uno dei pochi esempi di thriller legale che Hong Kong abbia saputo offrire negli ultimi tempi; senza dubbio largamente ispirato e copiato dai modelli americani, riesce comunque a non scadere nell'inutile o nel raffazzonato. Un piacevole passatempo da dimenticare non appena fruito.

Hong Kong, 2001
Regia: Billy Tang
Soggetto / Sceneggiatura: 
Cast: Alex Fong, Pinky Cheung, Michael Tiu, Iris Chai

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