"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Dial D for Demons

Dial D for DemonsBilly Tang è regista specializzato in horror e Categoria III degeneri. In tempi più recenti il suo furore pare però essersi mitigato ed è passato a dirigere pellicole come Sexy and Dangerous, Casino o Raped by an Angel 5 (anche se la sua rabbia si nota ancora in certe scelte, vedi Chinese Midnight Express). Tutto questo preambolo per dire che Tang Hin-sing è di certo avvezzo al genere, e non il primo sprovveduto pescato a caso dalla produzione. Stupisce allora il risultato per questo suo Dial D for Demons, un horror dalle venature comiche che scade presto nel grottesco.
Un gruppo di sei amici decide di prendersi una vacanza dal lavoro approfittando della pubblicità, vista per caso su un quotidiano, di una magnifica villetta avvolta nel verde che si affaccia sul mare. Il gruppo parte così all'avventura, ma non mancano i cattivi presagi. Bulky, il loro capo, uomo ossessionato dal lavoro che arriva a trascurare persino la sua ragazza per una trattativa d'affari, ha la strana capacità di vedere gli spiriti. Ma se quelli che infestano il suo ufficio sono totalmente innoqui, quelli che frequentano la casa in affitto sembrano invece essere di tutt'altra pasta. Partono da qui macabri avvenimenti che porteranno ad una serie di suicidi, inspiegabili quanto ineluttabili.
Sgombrando subito il terreno dagli equivoci, Dial D for Demons non è certo uno dei peggiori horror mai prodotti, come a volte capita di leggere. Ha qualche momento di grazia e certe atmosfere arrivano persino a creare un sottile senso di inquietudine. Il problema allora risiede tutto nella sceneggiatura (anche se il sospetto è che i sottotitoli in inglese contribuiscano ad ingenerare confusione). La storia generale, per quanto tutt'altro che originale, poteva anche funzionare. Difficile però digerire i continui salti, le lacune, o soprattutto le scelte narrative dubbie - i protagonisti non fanno assolutamente nulla per tutto il film, non progrediscono, stando fermi sempre allo stesso punto, aspettando una spiegazione che arriverà come un deus ex machina sul finale a districare i nodi presentati nella prima parte. In questo modo l'attenzione dello spettatore va scemando e difficilmente si regge al senso di inutilità generato da alcune sequenza.
Ciò detto, bisogna però anche essere onesti. In tutta la prima parte il divertimento è assicurato dalla presenza fulminante di Jordan Chan. Lo schermo è tutto per lui, in una serie infinita di smorfie e facce al limite del pensabile. Il suo personaggio è ben studiato e riesce a fotografare lo stereotipo che si ha dell'uomo medio hongkongese. Ossessionato dal lavoro ma ancorato alle antiche credenze e superstizioni. Gli altri attori passano allora in secondo piano e non possono che fornire una prova trascurabile se confrontata alla sua (anche se, a onor del vero, la presenza femminile è di tutto rispetto!).
La regia infine, offre delle soluzioni interessanti. Le inquadrature sono sempre ricercate, e anche i movimenti di macchina non paiono essere del tutto casuali come spesso ormai succede tra i film più recenti, in cui pare basti una ripresa un po' sconnessa tanto da fare scena.
Peccato allora per la sceneggiatura, davvero troppo pasticciata. In caso contrario si sarebbe potuto assistere a uno spettacolo dignitoso, se non innovativo.

Hong Kong, 2000
Regia: Billy Tang
Soggetto / Sceneggiatura: Chung Gai Cheong
Cast: Jordan Chan, Joey Man, Terence Yin, Lee Ann, Alice Chan

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