"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Dragon Heat

Dragon Heat Eric Kot ha due volti. Da un lato è un comico sbruffone la cui demenzialità non conosce limiti; dall'altro un autore dedito alla sperimentazione audio-visiva, figlio spurio di Wong Kar-wai. Come regista, soprattutto, Kot cerca nuove vie alla comunicazione filmica: già con 4 Faces of Eve, co-diretto con l'amico e socio Jan Lamb, si cercava di dare voce a intuizioni arthouse che nel cinema di Hong Kong hanno sempre trovato poco spazio. Il mediometraggio Dragon Heat (titolo alternativo: Dragon Fire), se possibile, va addirittura oltre ed estremizza tutte le scelte stilistico-formali del precedente lavoro (senza dimenticare l'intermedio First Love: The Litter on the Breeze, del 1997). Cerebrale, intransigente, indigesto, ma al tempo stesso godibile e sincero, Kot si propone come mente unica dietro al progetto, essendo regista, sceneggiatore e protagonista (e chissà cos'altro). Raccimola un discreto gruzzolo in Giappone, dove filma la maggior parte dell'opera, e si può permettere una serie di apparizioni di guest stars illustri - Stephen Fung, Ekin Cheng, Shu Qi, Karen Mok, Jacky Cheung, Vincent Kok: si presume siano tutti prima amici, oltre che colleghi -, utilizzati in maniera decentrata, anche solo per qualche secondo e basta.
La storia sarebbe banale, troppo scarna - una ragazza giapponese vuole coronare il suo sogno e andare a Pechino, in piazza Tienanmen; l'aiuterà nell'impresa un curioso cinese emigrato nel paese del sol levante -, nella circostanza conta solo la messinscena. Articolata, disarmonica, coloratissima, distorta, montata e girata con virtuosisimi e tecnicismi a non finire, l'opera rischia spesso di trascendere nel mero esercizio di stile. Difficile separare sogni, anima ed emozioni dalle ambizioni di un aspirante autore, genialoide ma troppo fuori dagli schemi, che prova in tutti i modi ad essere intellettuale e comprensibile, celebrabile e acquistabile (fuori patria), stimato e odiato. Come co-protagonista e voce over narrante la scelta cade sulla fantomatica The Me, star (virtuale) nipponica. Alla stregua di un remix, la struttura grezza prevede tagli, loop, cut-up, scratch ossessivi e ripetizioni all'infinito. Difficile da comprendere nella sua interezza, impossibile da decifrare oltre la facciata estetizzante e narcisista, Dragon Heat è un tour de force che nei momenti più ispirati si dimostra vitale, mai piatto e convince, ma d'altro canto per un buon 50% della visione annoia e rimane un misterioso pastrocchio iper-cinetico troppo parlato.

Hong Kong, 2000
Regia: Eric Kot
Soggetto / Sceneggiatura: Eric Kot
Cast: Eric Kot, The Me, Ekin Cheng, Stephen Fung, Shu Qi

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