Drunken Tai Chi

Scritto da Stefano Locati. Postato in FILM

Drunken Tai ChiLa storia tutto sommato è nota: il clan degli Yuen al gran completo assolda un allora sconosciuto Donnie Yen e bissa il successo del precedente The Miracle Fighters. Riproponendo l'ormai ben avviato filone di gongfu comico che lo stesso Yuen Woo Ping aveva contribuito a lanciare con Snake in the Eagle's Shadow e soprattutto Drunken Master (che peraltro viene richiamato a fini strettamente commerciali nel titolo della distribuzione inglese, non essendo presente nella pellicola alcun accenno a qualsivoglia stile ubriaco di Tai Chi!), si giunge a un film spettacolare e divertente che si lascia guardare senza troppe pretese. Il canovaccio di trama, quasi solo un pretesto per una serie ininterrotta di gag e funambolismi corporei assortiti, è quanto di più classico si possa immaginare. In una famiglia che possiede una salineria, il fratello maggiore è angheriato dal padre perché lavori, mentre il più giovane - irrequieto e disobbediente - ha la possibilità di studiare. Sempre a perdere tempo in giro, non tarderà ad attaccar briga con il figlio di un ricco possidente che vuole far mostra di sé in mezzo alla folla. Quest'ultimo quindi, adirato per la brutta figura, cercherà in tutti i modi di vendicarsi, ma con scarsi risultati - fino a che i due fratelli non lo conceranno in modo tale da portarlo alla follia. Il ricco padre del ragazzo ormai demente non esita allora ad assoldare un killer muto perché stermini la famiglia avversaria. Sopravviverà solo lo studente che, entrato in contatto con un vecchio burattinaio esperto di Tai Chi, avrà l'unico scopo di vendicarsi.
L'unione di parti strettamente comiche con altre drammatiche non è certo una novità, e in Drunken Tai Chi la pratica è sfruttata a più riprese. La relazione del killer con la figlioletta, il modo in cui i due fratelli fanno impazzire il loro avversario, la tragica morte del ricco possidente - sono tutti esempi di come inserti seri possano completare la struttura tipicamente da commedia, senza per questo alterare l'equilibrio o l'unità del tutto. Il punto focale rimangono comunque le coreografie e gli scontri, che da soli riescono a sorreggere l'intera architettura, facendo da collante tra le diverse scene. Le trovate si susseguono infatti a getto continuo, e in questo senso già la partenza è fulminante, con un duello su delle biciclette in una strada affollata. Ma le sorprese non mancano, e per l'intero film l'attenzione è riposta sia sul protagonista che sui comprimari, tutti in grado di offrire un'ottima prova atletica - basti pensare al divertente intermezzo della moglie sovrappeso del burattinaio che deve sorpassare un instabile ponte di legno trasportando troppi pesi. La vera star e sorpresa rimane comunque Donnie Yen, il cui stile impressiona per grazia e armonia. Nato negli Stati Uniti ma di origini cinesi, all'epoca Yen era fresco di anni di studi all'accademia di Wu Shu di Pechino, nella quale era stato spedito dalla madre - a sua volta istruttrice di arti marziali - per perfezionare il suo stile. Ed è proprio grazie alla sua abilità che il giovane viene notato a una audizione e subito scritturato, dando inizio a una carriera ricca di sfumature che lo ha presto visto dedicarsi anche ad altro - come attore, regista o coreografo. Per quanto riguarda le arti marziali questa però rimane probabilmente la sua interpretazione migliore e quella più convincente, visto l'autentico tour de force cui il suo fisico è sottoposto.
I quattro fratelli Yeun dimostrano ancora una volta tutto il loro talento, insomma, dividendosi equamente i compiti tra la regia, la sceneggiatura, le coreografie e l'interpretazione e assemblando un'opera degna dei migliori classici del genere.

Hong Kong, 1984
Regia: Yuen Woo Ping
Soggetto / Sceneggiatura: Yuen Woo Ping, Yuen Jan Yeung
Cast: Donnie Yen, Yuen Yat Choh, Yuen Cheung Yan, Lydia Shum

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