"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Echoes of the Rainbow

Echoes of the RainbowQuando si vogliono toccare certe corde del cuore dello spettatore, anche in un cinema spesso (una volta, oggi un po' meno) abitato dagli estremi più scabrosi come quello di Hong Kong, la nostalgia funziona sempre.

Mabel Cheung è una che queste cose le sa, le sa come sa dove andare a farsi riparare il tacco rotto di una scarpa, senza dover aspettare troppo o temere un servizio scadente. La formula vincente di Echoes of the Rainbow - e vincente in più di un senso, visti i premi ricevuti sia a Berlino che agli Hong Kong Film Awards del 2010 - è allora semplicemente modellata sulla parola d'ordine della nostalgia: una storia famigliare, quella dei Law, una viuzza sovraffollata e popolare nella Sheung Wan degli anni '60, due genitori che si barcamenano tra le difficoltà economiche e la speranza di un futuro migliore per i loro figli, due fratelli con tanta voglia di crescere, le musiche dei Monkees, la fotografia dai colori retro un po' pastellosi... è tutto quel che serve a scoprire le emozioni e non risparmiare qualche momento di commozione anche al più duro cinefilo.

Nei film della Cheung abbiamo visto tante volte la regista far uso sapiente di questi ingredienti, ma stavolta la differenza è che, a sorpresa, a dirigere il film non è lei, ma suo marito Alex Law, che per una volta cede il ruolo di produttore alla dolce metà e si rimbocca le maniche per mettere in scena la storia della famiglia Law. Il motivo dell'inversione di ruoli è presto spiegato: il soggetto del film è basato sulle esperienze d'infanzia del suo stesso regista, e alla (semi) autobiografia non si comanda.


Così, in Echoes of the Rainbow, il piccolo Alex Law si specchia in Big Ears (in italiano Orecchioni, ma forse dalle nostre parti lo avrebbero chiamato più semplicemente "Paletta"), il figlio più piccolo dei Law, scavezzacollo, ribelle e col sogno di diventare il primo astronauta di Hong Kong. È il 1969: l'uomo sta per sbarcare sulla Luna e il piccolo Law gira con una boccia di vetro per pesci rossi rovesciata sulla testa, e guarda il mondo attraverso di essa. Suo fratello più grande Desmond è invece uno studente modello, un atleta competitivo, suona la chitarra e ha pure successo con le ragazze - che si sa, son croce e delizia: quella di cui lui si innamorerà è troppo ricca per lui (che non può nemmeno permettersi una chitarra sua) e per giunta in procinto di trasferirsi in America. I genitori gestiscono una bottega di calzolaio in fondo a Wing Lee Street, balzata alla ribalta della cronaca locale perché il successo del film ha fermato i progetti del governo di riqualificare l'area (sfrattando gli attuali inquilini e demolendo molti degli edifici che il film riporta alla vita di 50 anni fa),  lo zio taglia capelli all'altro capo della via e la vita scorre tranquilla. Ma le rapide sono dietro l'angolo: Desmond si scopre malato di leucemia, un tifone spazza via la casa dei Law, i soldi non bastano mai (figuriamoci  con un figlio in ospedale, dove tocca pagare le infermiere pure se si chiede un bicchier d'acqua). Insomma, la commedia della vita si fa dramma. Anzi, si fa melodramma, anche se piuttosto contenuto e delicato per i livelli a cui il cinema cantonese (e Mabel Cheung in particolare) ci ha storicamente abituati...
Nulla di nuovo sotto il sole, già si lamentava l'Ecclesiaste e figuriamoci se non ci si lamenta noi, con questa crisi poi, eppure l'atmosfera di Echoes of the Rainbow, fatta delle interpretazioni intense di Simon Yam, di Sandra Ng, di Aarif Lee e soprattutto del piccolo Buzz Chung, delle musiche di Henry Lai, della fotografia  squisitamente soft di Charlie Lam, ti rimane in testa. O meglio, ti rimane nel cuore. Per un un piacevolissimo lasso di tempo. È già qualcosa...

 

Hong Kong, 2010
Regia: Alex Law
Soggetto/Sceneggiatura: Alex Law
Cast: Simon Yam, Sandra Ng, Lawrence Ah Mon, Evelyn Choi, Buzz Chung.

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