Everlasting Regret

Scritto da Alessandro Borri. Postato in FILM

Everlasting RegretLa vita di Qiyao si svolge e quasi modella sulle vicende della più femminile tra le metropoli cinesi, Shanghai. Le sue peripezie seguono passo passo quelle di una città da cui sembra sia impossibile uscire, dal declinante glamour degli anni Quaranta attraverso le forche caudine del comunismo, fino agli albori di un nuovo cambiamento negli anni Ottanta. Qiyao si prende ciò che vuole, un uomo per ogni epoca, nello splendore come nella miseria, fino a morirne, forse stanca, mai doma.
Seguendo il diagramma esistenziale di questa ennesima donna-Cina (ricorda la trinità esiliata di Full Moon in New York), riflettendosi in un'altra donna-schermo, è come se Kwan ripassasse a sua volta le tappe del proprio stesso far cinema. Lo sfavillio di décor - con un'ispiratissimo William Chang Suk-ping a fare da gran ciambellano - della storia con l'ufficiale Li rimanda infallibilmente alle sublimi astrazioni di Red Rose, White Rose e Center Stage, compreso l'inizio in abisso sul set, quasi un marchio di fabbrica. Poi la Storia inizia a insinuarsi, premendo spesso dal fuoricampo, filtrando distillata dai rari esterni nelle stanze in cui si consumano trionfi e delusioni di Qiyao - come nel precedente Lan Yu, altra parafrasi romanzesca in terra di Cina, altro mélo trattenuto che sfocia in subitanea tragedia. Fino alla confusione giovanile e al sangue senza senso: si termina con un omicidio, più o meno là dove cominciava Love Unto Waste, negli stessi anni. La riflessione sul tempo rimanda a Rouge, ma il balzo fantastico di quello si incatena invece a una cronologia ferrea benché lacerata dall'audacia delle ellissi, e intenerita dal nostalgico rewind post mortem. Quanto alla tessitura stilistica, è quella ereditata dalla fase impressionista di Hold You Tight e The Island Tales. Un intarsio di canzoni, ralenti, sguardi e frantumazioni specchiate che andrebbe studiato in parallelo con le analoghe nouvellevaguezze di un Wong Kar-wai, per valutarne al meglio analogie e divergenze.
La dominante Sammi Cheng non è che l'ultima incarnazione di una mitologia muliebre di cui modello e vertice insuperabile per eleganza e perfezione gestuale è l'Anita Mui di Rouge. E proprio il fuoco stilizzato dell'eroina/nucleo e dello sguardo su di lei di Kwan (doppiato da quello del vecchio fotografo Leung Ka-fai) schiva il pericolo di una overproduzione (Jackie Chan al comando) invadente e tendente alla normalizzazione.

Hong Kong, Cina, 2005
Regia: Stanley Kwan
Soggetto / Sceneggiatura: Elmond Yeung
Cast: Sammi Cheng, Wu Kwan, Tony Leung Ka-fai, Daniel Wu, Su Yan

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