"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Extreme Crisis

Extreme Crisis Sulle orme di Gordon Chan si posiziona il veterano martial arts director Bruce Law, che per la sua unica incursione dietro la macchina da presa sceglie un progetto privo di storia ma ricco di adrenalina. Il background del novello regista è sintomatico del suo modo di intendere il cinema: abituato a esplosioni, sparatorie e effetti speciali, Law non resiste alla tentazione di esagerare. Arrivando però alla totale spersonalizzazione della sceneggiatura, che si rifà al primo Die Hard e a mille altri film dove i cattivi, terroristi giapponesi per la precisione, tengono in ostaggio una moltitudine di vittime potenziali. Il commando suicida è disposto addirittura a far saltare in aria con una bomba chimica l'intera superficie abitata di Hong Kong, a meno che le autorità locali non si abbassino al ricatto e rilascino il capo spirituale della setta armata, tal Yoshinaga. Rinchiusa nel palazzo di un'emittente televisiva, la banda di sovversivi, organizzati e ben armati, aspetta il rilascio, ignara che due poliziotti coraggiosi, costretti a coprirsi le spalle dai loro stessi superiori, sono riusciti a infiltrarsi nell'edificio.
Inutile parlare di originalità, né il soggetto né gli espedienti tecnici riservano la minima sorpresa. Law si dà fin troppo da fare, compiendo movimenti molto ampi e spesso limitandosi a grandi panoramiche che inquadrino l'intera scena, senza distinzioni. L'unica soluzione veramente personale è un campo medio per permettere a una serie di auto in sosta di esplodere e piroettare a 380 gradi verso lo spettatore. Dal punto di vista spettacolare, Extreme Crisis non ha infatti nulla di invidiare agli epigoni americani tanto di moda anche da noi. L'uso di tecnologia molto avanzata, che combina la tradizione degli stuntmen e una serie di digitalizzazioni davvero ben fatte, permette diverse possibilità per risolvere i conflitti a fuoco. Purtroppo al di là di un impianto visivo di primo livello non c'è nulla. Neanche per chi si accontenta di azione a non finire e del classico due contro tutti, improbabile perché non prevede variazioni di sorta.
Personaggi innocui quando non addirittura inesistenti e tanti caratteristi sprecati, tra cui spiace vedere i volti di Shu Qi e Theresa Lee. Eroe tipicamente muscolare Julian Cheung non lo è mai stato, figura già meglio per assurdo il bolso Kenya Sawada, che seppure incapace di recitare (in giapponese; figuriamoci nell'inglese stentato cui è costretto visto che è straniero in missione all'estero), almeno sa muovere il corpo. Strano però che stavolta anche le unità speciali, che incredibilmente sono meno preparate degli avversari e prive di una dotazione balistica degna del combattimento cui sono attese, risultino inadeguate.
Razzismo e machismo a parte (e una visione destrorsa del costrutto non è per una volta solo frutto di interpretazioni critiche malevole: si veda la presa di posizione iniziale, netta, sulla pena di morte), cosa rimane? Un clone poco ispirato delle pellicole apologetiche circa l'uso delle armi nelle situazioni para-militari: la polizia è sconfitta, ha le mani legate ed è costretta all'illegalità per eliminare, fisicamente, le voci brutali che si oppongono nel peggiore dei modi alla situazione precostituita. Non ci sono eroi, solo un cumulo di assassini che appena sente l'odore del sangue, come gli squali, punta dritto alla giugulare con un dito sul grilletto e l'altro a tener ben fermo il distintivo.

Hong Kong, 1998
Regia: Bruce Law
Soggetto / Sceneggiatura: Lee Biu Cheung
Cast: Julian Cheung, Kenya Sawada, Theresa Lee, Shu Qi, Spencer Lam

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