"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Fallen Angels

Fallen AngelsAgent si prende cura e organizza il lavoro per Ming, assassino solitario e pigro a cui piace il suo mestiere perché le decisioni sono prese da altri. I due non si sono mai incontrati, ma sono in continuo movimento l'uno attorno all'altro. Ho è un teppistello muto dall'età di cinque anni che passa le sue notti a penetrare in negozi di altri per riaprirli al pubblico. Quando incontra Cherry crede di aver trovato la sua strada, non fosse che lei è in cerca di un altro.
Nato da una costola impazzita di Chungking Express, Fallen Angels è generalmente considerato un film minore, spurio, sorta di protesi cancerosa del corpus originario. Conservando tutti i suoi difetti e i suoi limiti, è però pellicola da rivalutare perlomeno nella misura di una distanza più che una prossimità con il suo fratello maggiore. Blues di neon, cemento e desolazione, racconta la notte del desiderio con una vicinanza impensabile ai suoi protagonisti. Proprio come Gustave Flaubert confessava che Emma Bovary c'est moi, Wong Kar-wai arriva alla estremizzazione dell'indistinzione sempre paventata con i personaggi che racconta. E se il regista è materia inscindibile rispetto ai suoi film, la forza del cinema di Wong Kar-wai nasce allora nella totale perdizione e assuefazione di narratore e narrato, in una promisquità che non teme derive. I protagonisti di Fallen Angels sono corpi desideranti che pulsano di vivide emozioni elettriche, corpi spogliati della loro spazialità che occupano lo schermo trascendendo le loro dimensioni per condensarsi nello e sullo sfondo. Corpi ormai piegati all'incomunicabilità - che sia il mutismo di Ho, la lontananza di Agent e Killer o i monologhi alla segreteria telefonica di Cherry - che proprio per il loro riflettersi nella narrazione cercano/trovano un sovraccarico di comunicazione mediata. Killer e Agent si rincorrono sulle note di un juke-box, con parole lanciate al vuoto di un locale deserto e di un barista solo immaginato, la voce over di Ho diventa quasi stordente, talmente assordante da superare la fisicità con cui accalappia i clienti dei suoi negozi ambulanti. Perché Fallen Angels è uno dei possibili cantici della rinascita urbana, storia di personaggi che cercano di riappropiarsi di spazi disumanizzati, non-luoghi spersonificanti dentro i quali è facile evaporare e perdersi. Un nomadismo incessante, simbolo di una ricerca della felicità comunque destinata al fallimento, se non per brevi e passeggeri momenti che arrivano e fuggono senza possibilità di essere afferrati e stretti razionalmente. E nella contrapposizione con il nulla vacuo del mare in tempesta cittadino viene dispiegata l'unica vera arma possibile, quella seduzione che già Jean Baudrillard paventava come unica salvezza dalla morte del desiderio, vale a dire dell'umano. Un rifugio nello sfuggente, persino nell'apparente, nel deliquio di un gioco che si rinnova senza tregua - tra masturbazioni plastificate e telecamere ondivaghe a rubare momenti di intimità di un genitore troppo reale, prima che sia troppo tardi - contro ogni certezza precostituita e qualsiasi fissità fossilizzante.
Un film seducente - dunque irrimediabilmente sfuggente; protesi squisitamente organica e pulsante, difficilmente anestetizzabile.

Hong Kong, 1995
Regia: Wong Kar-wai
Soggetto / Sceneggiatura: Wong Kar-wai
Cast: Michelle Reis, Leon Lai, Takeshi Kaneshiro, Karen Mok, Charlie Yeung

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