"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Farewell, My Love

Farewell, My LoveJiang Han, moglie pressoché perfetta di Shimin, un ingegnere in carriera, madre altrettanto infallibile di Lingling, una splendida bambina di otto anni, scopre a sorpresa di essere stata colpita da un male incurabile e di avere ancora solo pochi mesi di vita. Dopo il comprensibile sgomento iniziale la donna, che decide di non riferire al marito circa la sua grave situazione per non distrarlo da un importante progetto lavorativo, si rende conto che l'avvenente assistente dell'uomo, Luo Chuchu, apprezzata dal marito e dalla figlia, cui nel tempo libero fa da babysitter, è la migliore sostituta possibile per colmare il vuoto in famiglia dopo la sua morte.
Per esaltare la bravura di Julie Yeh Feng, amatissima diva Cathay passata agli Shaw nei primi anni '60, l'esperto di mélo Chun Kim cuce addosso all'attice, al penultimo film prima del ritiro, un ruolo memorabile: moglie devota, madre appassionata, paziente stoica, applaudita, compianta e al tempo stesso ammirata dall'intera platea per la sua capacità di mettere da parte gli egoismi personali e di immolarsi con un senso del sacrificio tutto cinese. Nel rapporto dispari tra uomo e donna tipico del melodramma passionale mandarino, il maschio fa un ulteriore passo indietro, in seconda fila - il suo unico compito è comportarsi da buon partito -, pedina senza facoltà di decisione in un piano al femminile ordito dalla moglie e portato a termine dall'inconsapevole (futura) amante e dalla figlia (entrambe hanno però un ruolo minimamente attivo: accettano la situazione tragica e acconsentono a esaudire l'ultimo desiderio della stimata malata terminale). La recitazione di Julie Yeh acquista spessore con l'appropinquarsi del dramma imminente: mette in ombra senza troppa fatica i pur bravi Guan Shan e Jenny Hu. Nell'occasione gli Shaw riprendono la struttura del wenyipian caratteristica dei grandi successi della M.P. & G.I. La fotografia manierata, lo spleen medio-borghese e i toni pacati riflettono a meraviglia un «periodo di disadorna semplicità»1, riprendono l'emotività sopita del realismo anni '50, caricato con eccessi sentimentali universalmente recepibili. La regia talvolta impacciata è spesso salvata dalla colonna sonora ariosa a base di archi, orchestrazioni e melodie tristi: i pochi guizzi della camera - ampie carrellate alternate a inquadrature fisse composte con grande eleganza - lasciano spazio alla capacità degli attori di convincere il pubblico. Quando la storia tende alla stucchevolezza e all'estremo buonismo, Chun rincara la dose di valori positivi (strappalacrime: Luo Chuchu che si comporta da disadattata finché non rivela di avere anche lei un terribile dramma alle spalle) per eliminare il fastidioso senso di eroismo fittizio, di fatalismo da soap opera e per ottenere un effetto doppiamente tragico.

Note:
1. Wong Ain-ling - Colour in Simplicity: On the Wenyi Films of Shaw, in Angela Tong (a cura di) - The Shaw Screen - A Preliminary Study (Hong Kong Film Archive, 2003 - pag. 191).

Hong Kong, 1969
Regia: Chun Kim
Soggetto / Sceneggiatura: Chui Lap
Cast: Julie Yeh, Guan Shan, Jenny Hu, Tien Niu

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