From the Queen to the Chief Executive

Scritto da Stefano Locati. Postato in FILM

From the Queen to the Chief ExecutiveCosa sta succedendo? Si tratta forse di un errore? Il nome di Herman Yau associato ad un film che qualcuno chiamerebbe impegnato? Nulla di più facile, nulla di più sincero. Nessun errore in vista, tutt'altro. Uno dei registi più cattivi e politicamente scorretti - bastino ad esempio The Untold Story e Taxi Hunter - si cimenta con un tema politico/sociale sfidando la censura e soprattutto se stesso. From the Queen to the Chief Executive è infatti un film scomodo. Si parla di carceri, di detenzione. Sotto gli inglesi molti adolescenti che commettevano reati gravi, anziché venir condannati a pene certe, venivano detenuti at Her Majesty's pleasure. La formula, in teoria un tentativo per permettere al giovane di reinserirsi nella società una volta che avesse passato in carcere un periodo di tempo variabile a seconda dei casi, si era però trasformata in sinonimo di carcerazione illimitata. Con il ritorno alla madrepatria c'era chi temeva che questa pena mutasse semplicemente in detenzione at the Chief Executive's pleasure1. Il film è quindi la storia della lotta per fare in modo che tale sanzione venga abolita e commutata in pena certa. Ling, una giovane che da piccola ha subito violenza da parte di suo zio, entra in contatto con Ming, un carcerato secondo la volontà di sua maestà, accusato di aver partecipato a uno stupro e a un omicidio di gruppo quando era ancora minorenne. Colpita dalla sua situazione, Ling coinvolgerà il senatore Leung perché si faccia eco di una mobilitazione con l'intento di abolire questo tipo di sanzione.
Film scomodo, si diceva. Perché il film di Herman Yau appartiene a quella ristretta cerchia di pellicole che osano difendere cause scottanti, per cui è difficile schierarsi, spesso niente affatto condivise dall'opinione pubblica. Si parla infatti di detenuti che hanno commesso reati gravi, aberranti, che la gente non vuole perdonare. E ciononostante il centro del discorso è proprio questo: è giusto che un uomo, qualsiasi reato abbia commesso, persino il più abbietto, sia incarcerato senza limitazione di tempo, non conoscendo la durata della pena? Un esempio di film simile lo si potrebbe trovare in Dead Man Walking (di Tim Robbins, 1995), in cui si critica la pena di morte non tanto per ragioni contingenti (innocenza del condannato o casi simili), ma proprio come scelta etica in sé. From the Queen to the Chief Executive è però un film che va oltre, nella sostanza ma soprattutto nella forma. La regia è secca e decisa, senza concessioni al manierismo. La fotografia è sporca, sgranata, realistica. La sceneggiatura non si perde in fronzoli o in stilemi retorico/favolistici (anche se in qualche punto è persin troppo pedante) e va dritta al punto, riuscendo più volte ad assestare un pugno in pieno stomaco allo spettatore. Le scene in flashback delle violenze contro i due occidentali vittime della banda di Ming o la narrazione dei soprusi quotidiani dello zio di Ling sono quanto di più lontano da una estetizzazione di morte e violenza si possa trovare. Gli alterchi per strada dei manifestanti contro i passanti, il disorientamento di Ling una volta che si ritrova a leggere i quotidiani d'epoca che parlano dell'omicidio, sono tutte scelte andate a buon fine di far rivivere sullo schermo i contrasti reali e insopprimibili che scaturiscono da questo genere di problemi. Non esistono scelte facili né giuste in assoluto. E' sul margine, sull'orlo del paradosso, che si giocano le sorti delle proprie idee e convinzioni.
Il film è sorretto da attori completamente in parte, e giusta risulta la scelta di coinvolgere volti sconosciuti o poco noti, a scapito di vere e proprie star che avrebbero forse rischiato di sottrarre attenzione alla storia. Ai Jing, qui al suo secondo film, dimostra di non essere la solita attricetta che punta tutto sulla bellezza, riuscendo a calarsi completamente nello stato d'animo della protagonista. Anche i comprimari David Lee (il giovane detenuto) e Stephen Tang (il senatore) riescono a caratterizzare con pochi tratti personaggi instabili e fortemente contraddittori.
Volendo poi entrare più nel dettaglio, la pellicola non è certo esente da difetti. Prima di tutto la lunghezza eccessiva diminuisce forse parte dell'impatto, e un po' di tagli avrebbero probabilmente giovato. In secondo luogo, come si è già accennato, alcuni passaggi sono eccessivamente didascalici (come nel caso della discussione parlamentare), rischiando di far scadere il film nel mero documentarismo. Sono in ogni caso problemi minori, tutto sommato accettabili considerata anche la natura "sperimentale" della pellicola. Film di questo tipo non sono infatti all'ordine del giorno ad Hong Kong, ed è senz'altro un merito di Herman Yau quello di aver tentato una strada del genere, peraltro coerentemente con il suo percorso artistico (senza cioé dimenticare ciò che è e quello che ha fatto in passato, e anzi sfruttando la sua capacità di colpire visceralmente i sensi del fruitore in un genere completamente diverso).
Inizialmente il film doveva essere presentato al Festival di Hong Kong, ma non è stato selezionato (problemi di censura, forse?) e così è stato proiettato in prima mondiale al terzo Far East Film Festival di Udine.

Note:
1. Chief Executive è il nome attribuito al capo di governo della regione ad amministrazione speciale di Hong Kong (HKSAR) dopo il ritorno alla madrepatria cinese.

Hong Kong, 2001
Regia: Herman Yau
Soggetto / Sceneggiatura: Elsa Chan
Cast: Ai Jing, David Lee, Stephen Tang, Ursula Wong

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