"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Frozen

FrozenLeslie Cheung è morto il 1 aprile 2003, meno di dieci anni fa. Eppure il suo pubblico, i suoi fan, la sua audience gli sono rimasti fedeli. Che fosse un fuoriclasse, una popstar di caratura superiore, non è mai stato in discussione; né il suo sex appeal, anche dopo il doloroso coming out, né la sua posizione di leader anarchico dell’industria dello spettacolo. Ha dominato gli anni Ottanta e Novanta, per Stanley Kwan è diventato spettro e oggi torna, nel 2010, ad aleggiare sul moribondo cinema di Hong Kong grazie a Derek Kwok. E a Leon Lai, uno dei quattro Heavenly Kings, che si rapporta in questa strana produzione al «mito» patrocinando indirettamente l’intera operazione.

Un passo indietro.Di Derek Kwok si è detto tutto il bene possibile ai tempi degli esordi (The Pye-Dog, 2007), del bis (The Moss, 2008) e della conferma (Gallants, 2010). Questo passo intermedio, il terzo, invece è niente più che una marchetta. Si intitola Frozen, voci di corridoio danno come co-sceneggiatore non accreditato anche l’apprezzato Clement Cheng e il titolo cinese, For Your Love Only, parla ancora più chiaro di quello inglese.

Perché For Your Love Only è un grande successo del 1985 proprio di Leslie Cheung, uno dei primi convincenti passi musicali del futuro gigante; oltre che il leit motiv della soundtrack chitarra e voce che un’altra popstar, il giovanissimo Arif Lee, protagonista metacinematografico di Frozen, porta qui in primo piano.
Una cinematografia a corto di idee e di mezzi mette in scena un memoir autoreferenziale.

Visto così, Frozen ha del senso. Vista come pellicola a sé stante, invece, è un fallimento completo. Gli anni Ottanta sono stati la stagione calda del cinema di Hong Kong, quella più ribollente. Ripercorrerli a ritroso come fa Kwok è un atto di coraggio, oltre che di onestà intellettuale. Il film prende un pretesto qualsiasi per creare un corto circuito temporale – l’espediente è kitsch, un po’ come in I Love Maria (1988, di Tsui Hark) – e per buttare nella mischia due teenager innamorati pazzi. Lei, fan di Leslie, lui che del cantante condivide patronimico e data di nascita. Si trovano sui banchi di scuola, si corteggiano, diventano una coppia e sul più bello lei muore. Poi viene resuscitata vent’anno dopo dal nonno scienziato di fama mondiale per scoprire, ancora giovane e bella, di aver partorito in coma una figlia adolescente e che il suo ex spasimante è diventato un rottame umano. Rottame va considerato, in tutti i sensi, Leon Lai: chiede alla regia prezzolata uno specchietto per le allodole ricco di riferimenti – decine e decine, una sorta di trivia prolungato per gli amanti del cinema cantonese di tre decadi orsono. E lo obbliga poi a lasciargli il palcoscenico per un concerto finale.
La vendetta è dietro l’angolo.
Anche se l’operazione commerciale aveva altri intenti, Leslie Cheung dall’aldilà, non ha bisogno nemmeno di apparire, aleggia sull’opera e mangia la scena a tutti quanti, rubando il cuore anche degli spettatori di oggi. Videoclip, romanticismo e titoli di coda tristissimi che scorrono sul più bello, e più d’una volta ci si commuove di fronte al trash. Memoir, si diceva, e ne sono più che convinto: almeno finché un mito, quello di Leslie Cheung, il gigante, il rebel without a cause, vivrà nei cuori del pubblico e sarà più puro di ogni operazione mainstream fatta alle sue spalle.

 

Hong Kong, 2010
Regia: Derek Kwok
Soggetto/Sceneggiatura: Derek Kwok, Yim Ka-yee
Cast: Janice Man, Janice Wei, Aarif Lee, Leon Lai, Ti Lung.


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