"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Goddess of Mercy

Goddess of MercyAssolutamente essenziale, turgidamente e gelidamente doloroso, Goddess of Mercy si compatta davanti agli occhi come primo vero ibrido riuscito del nuovo millennio, nella selva di (spesso forzate) coproduzioni tra Cina continentale e Hong Kong. La direzione è di Ann Hui, che nel suo eterno distaccato pudore per i personaggi, nel suo tagliar sempre corto sugli indugi della macchina da presa nei pressi delle passioni, finalmente compone il film che contiene il frutto di tutti i suoi lavori passati, affermandoli, negandoli anche, e creando qualcosa di nuovo e di livello eccellente, dando per di più fiducia ad un cast di (relativamente) nuovi arrivati e (finora) discutibili attori. Un'impresa dura e coraggiosa, e per questo ancor più sorprendente.
Nella provincia dello Yunnan An Xin / Zhao Wei è una poliziotta, tra i membri più bravi, tenaci e irreprensibili del suo gruppo. Ha un fidanzato docile e mentalmente aperto, disposto a fare il casalingo, nella prospettiva di un futuro matrimonio, per il bene della carriera di lei. Un giorno durante una festa rurale An Xin incontra Mao Jie / Nicholas Tse, un ragazzo sconosciuto con il quale si sente immediatamente a proprio agio, lontana da oppressive prospettive di responsabilità, attratta dalle maglie filanti di sguardi impercettibili, movimenti di dita, mani, braccia, labbra, tra una bibita e due chiacchiere, tra il misterioso, il giocoso e l'inequivocabile, impercettibile, inatteso e (pre)sentito innamorarsi. Purtroppo però lasciarsi andare a volte è un errore che si paga caro, quando si ha un posto, come una pedina, in una serie di regole sociali. Nicholas Tse non è solo un ragazzo che appartiene per leggi fisiche incancellabili al rimescolio chimico, fisico, di ciò che Zhao Wei sente dentro; è anche un trafficante di droga. A partire da questa scoperta, lancinante e annientante, tutto e tutti precipitano in un baratro di atrocità insensate. Da un certo punto in poi Zhao Wei ha al collo un ciondolo che rappresenta Kwanyn, la dea di giada della pietà, della comprensione, dell'umanità. Zhao Wei pare somigliarle, ma allo stesso tempo non è che una donna: tenta di ragionare e non ne è completamente capace. Davanti a certi, determinati passi falsi, non funziona più niente, e mentre tutto crolla e si autodistrugge con effetti devastanti, solo le leggi di natura riescono a farsi strada: sentire gli istinti, scappare, proteggersi, procreare, difendere la prole e la pelle, sopravvivere. Il resto diventa una sovrastruttura labirintica e ambigua, piena di sfaccettature ingannevoli. Dentro il territorio circoscritto di un noir attanagliante e buio.
Coraggiosa Ann Hui e coraggiosi gli interpreti, nell'affrontare la materia estremamente esplosiva e difficile delle bassezze umane, metafora anche delle decadenze dei costumi cinesi, come sempre e più che mai. Tutti hanno le loro colpe, nessuno esce pulito da questa brutta storia nella quale trovano spazio echi metalinguistici e metareali (con l'unico difetto, forse, di dialoghi a tratti troppo carichi di simbolismi). Prima di tutto il personaggio di delinquente immaturo e incastrato, vendicativo, perdente, lucido e rabbioso, interpretato Nicholas Tse (straordinario), reduce nella vita vera da un arresto, nel 2002, che gli ha minato la reputazione e distrutto quella ben avviata carriera di bello e vuoto, facendolo crescere di colpo, a dispetto della famiglia inetta e del circolo sociale frivolo nei quali è nato. Poi il ruolo del montaggio, tutto tagliuzzato e anticipante sottilissimamente (ma senza equivoci) omaggi a tanti cinemi, tra cui quello degli amori ossessivi, ingannevoli e ingenui, fatali e convulsi delle pellicole di Francois Truffaut (nel piccolo ristorante all'aperto, tra Zhao Wei e Nic Tse ha luogo un chiaro e prolungato déjà-vu, su più livelli, di Baci rubati). Infine il ruolo di Zhao Wei poliziotta come tante poliziotte di tanto cinema d'azione, ma anche sentimentale, di Hong Kong. Solo che Zhao Wei è cinese, mainlander per l'esattezza, e allora non si scherza più, non si pattugliano più le strade in attesa delle coreografie di lotta di femmine con pistola. Qui si paga con la vita propria e si mette a repentaglio quella degli altri, si gioca un gioco nuovo che è la fine dell'Arcadia, la fine della spensieratezza e delle ingenuità (anche di regia). L'inizio di un grosso incubo sconnesso e intricato, con pubblico attori registi personaggi e trame esposti alle correnti della vita senza un riparo né una chiave di lettura unanimemente valida. Per tentativi ed errori tentando di andare avanti. Con l'unica risorsa, debole, nel perdono. Con la fortuna che, invece di sorridere o fare dispetti, stacca la carne di dosso, a morsi.

Hong Kong, Cina, 2004
Regia: Ann Hui
Soggetto / Sceneggiatura: Ivy Ho
Cast: Vicky Zhao, Nicholas Tse, Liu Yunlong, Chen Jianbin

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