"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Goodbye Mr. Cool

Goodbye Mr. CoolGuardando alle pellicole dirette da Jingle Ma, salta subito all'occhio la ripartizione tra quelle d'azione (si veda ad esempio Hot War, Tokyo Raiders) e quelle più specificamente sentimentali (come Fly Me to Polaris o Para Para Sakura). L'innegabile separazione non si trasforma però in dicotomia grazie al comune intento popolare e commerciale di tali film. Caratteristiche comuni - a prescindere dai discutibili risultati finali - sono infatti una costante attenzione alle mode e ai modi del mercato che vogliono conquistare e una simile estetica patinata tendente a ingenerare un senso di imitazione nelle masse chiamate a guardarli. Non sfugge a questi dettami Goodbye Mr. Cool, sulla carta progetto ben più ambizioso che tenta di unire le due anime del cinema di Ma. Azione ed arti marziali sono infatti inglobate in un motore melodrammatico che coinvolge la solita dose di buoni sentimenti.
Senza dubbio memore del Carlito's Way di Brian De Palma, Ma si dedica in questo caso anche alla sceneggiatura e tesse la storia di Cool Dragon - appena uscito di prigione dopo aver scontato sette anni in Thailandia - che torna a casa con l'intento di farla finita con le triadi. Diventato cameriere nel locale di un vecchio amico, cercherà di tenersi lontano dai guai. Un tempo famoso e rispettato, sarà però difficile per lui abbandonare quel mondo, soprattutto visti gli interessi della sua ex-ragazza, Helen, che preme per un suo rientro in grande stile. A complicare il tutto spunta un figlio che non sapeva di avere e l'incontro con un'insegnante un po' sopra le righe. Il presente diventa dunque il luogo dello scontro tra un passato ingombrante e un futuro tutto da costruire. Nonostante le scene d'azione non manchino, l'attenzione si sposta così sui personaggi che ruotano attorno a Cool e alle relazioni che si vengono a creare tra di essi. A non convincere del tutto è allora in primo luogo la struttura, troppo dispersiva e al contempo sempre staticamente incentrata sul personaggio di Ekin Cheng. Se infatti da un lato il film presenta spunti interessanti, si limita però a giocare con le maschere stereotipate che ha appositamente costruito per i suoi protagonisti, senza permettere una reale immedesimazione. Il coinvolgimento emotivo latita nella maggioranza dei casi, e a nulla valgono i tentativi per rinsaldare i legami con il pubblico - si veda come esempio più lampante il goffo tentativo della tragedia finale, totalmente slegato dal resto della pellicola e tanto immotivato da rasentare la gratuità. In un contesto diverso certo la scena avrebbe potuto avere un diverso impatto emotivo, ma inserita a forza risulta inefficace e anzi deleteria. Ed il finale è purtroppo solo la parte più evidente di un difetto di fondo che permea tutta la pellicola. E' come se il regista abbia voluto legare diversi momenti ad effetto l'uno con l'altro, guardando però soltanto alle singole scene e non all'intreccio finale nel suo complesso. In qualche singolo caso si può non notare, ma alla lunga il gioco stanca e pesa sull'architettura chiamata a sorreggere i cento e passa minuti necessari alla visione. Il contenuto si rivela dunque ancora una volta nettamente inferiore alla resa stilistica, dacché - come nei precedenti casi - Jingle Ma dimostra di saper gestire i ritmi e i tempi della regia amalgamandoli a un montaggio equilibrato e a una fotografia come sempre efficace. Tutta la prima sequenza in flashback ne è un esempio evidente, con quel fluire continuo tra ralenti e accelerazioni, corpi in movimento e sguardi.
Perennemente rinviato a settembre.

Hong Kong, 2001
Regia: Jingle Ma
Soggetto / Sceneggiatura: Jingle Ma, Susan Chan
Cast: Ekin Cheng, Karen Mok, Rain Li, Lam Suet, Jackie Lui

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