"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Gun n' Rose

Gun n' RoseFolgorato sulla via di Damasco, Clarence Ford completa la mutazione del nuovo percorso in campo action inaugurato a partire da The Iceman Cometh, in cui aveva portato a pieno compimento il suo stile barocco ricco di svolazzi e eccessi formali. Gun n' Rose - titolo programmatico - è un «melodramma con mafiosi buoni e cattivi, con spirito apologetico e «dall'interno»: il tipico film che il non più giovane cantante Alan Tang produce come monumento a se stesso»1. In parole povere, una mezza porcheria patinata dove il regista spreca senza ritegno una serie impressionante di volti noti, da Andy Lau a Leon Lai, da Simon Yam a Carrie Ng. Con il ritmo indiavolato che ne contraddistingue la mano e una sequela di colpi di scena da soap opera, Ford riesce a non annoiare, ma alla fine della visione è evidente l'inconsistenza dell'assunto.
Triadi taiwanesi, donne, denaro e potere dividono due fratelli (non di sangue, uno dei due è figlio adottivo), solo apparentemente molto legati, che iniziano una difficile guerra. In mezzo un piccolo boss di Hong Kong, che prende sotto la sua ala protettiva uno dei due, in fuga momentanea dopo la ribellione del parente e il ferimento della moglie, e un killer fedele che ha venduto la sua vita in cambio dei soldi necessari alle cure mediche del padre. Fidanzate petulanti, sorelle isteriche e sessualmente insoddisfatte, nemici di poco conto complicano le vicende, aggiungendo un tocco di ironia che, non necessario, stona parecchio. L'incipit implica infatti una dose di violenza superiore alla media: si sprecano sangue, decapitazioni e violenze assortite, la rivalità tra i due capi non conosce limiti morali o fisici. Tanto è lecito attendersi una prosecuzione sulla falsariga dell'inizio, quanto è deludente assistere alla svolta grottesca che spezza ritmo e pathos e butta via il costrutto senza alcuna pietà.
Ford ha sempre insistito sulla comicità delle situazioni presentate, stemperandone gli estremi con l'utilizzo di contrasti ardui per lo stomaco dell'occidentale abituato ad un singolo registro: qui non lesina patetiche scenette da commedia tardo-adolescenziale (Andy Lau che si dimena davanti a un juke box; Carrie Ng eccitata che cerca di sedurre Tang; Loletta Lee femmina da domare) accanto a parentesi melodrammatiche tanto ridicole da far impallidire, in un ipotetico confronto, certe vicende della sceneggiata napoletana. Ne deriva un'ibridazione tra mélo e noir decisamente poco riuscita, per nulla avvincente e del tutto fuori luogo. Il regista ha una rara capacità di scadere nel kitsch e di stravolgere in men che non si dica qualche spunto decente.
Nel marasma collettivo e nella delusione generale la nota più dolente è il gioco al massacro cui sono costretti gli attori. Massacro della propria reputazione, del proprio ego e di tanto lavoro svolto onestamente. Nella circostanza risulta impossibile parteggiare per Tang (l'eroe più improbabile: tarchiato e inespressivo, con una faccia da cane bastonato, potrebbe a malapena figurare come scherano di poco valore), insostenibile dall'inizio alla fine. Eviti di farsi del male chi ragionevolmente sa di non sopportare: 1) Un bolso pistolero che salta a destra e a sinistra sostenuto (a fatica) dai soliti provvidenziali cavi metallici; 2) Una moltitudine di personaggi che senza un vero e proprio motivo (se non un'agenda di impegni troppo fitta) appaiono e spariscono; 3) Andy Lau senza controllo che può mostrarci a piacimento il suo intero repertorio (comico e drammatico, non fa molta differenza); 4) Un film privo della benché minima consistenza, inverosimilmente risibile e pacchiano.

Note:
1. Alberto Pezzotta - Tutto il cinema di Hong Kong (Baldini & Castoldi, 1999 - pag. 290).

Hong Kong, 1992
Regia: Clarence Ford
Soggetto / Sceneggiatura: Wai Ka-fai
Cast: Alan Tang, Andy Lau, Simon Yam, Leon Lai, Rachel Lee

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