"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Hail the Judge

Hail the JudgePao Sung Lung, modesto magistrato di provincia, vorrebbe approfittare della sua carica per farsi corrompere a più non posso e arricchirsi a dismisura. Alle prese con avvocati più bravi di lui e con il popolino, che lo odia senza mezzi termini, Pao si trova coinvolto in un complicato caso d'omicidio, solo apparentemente facile da giudicare. Il cialtrone infatti, anche se per una volta animato da buone intenzioni, non è capace di condurre il processo alla giusta conclusione e finisce addirittura licenziato e infamato. Riparato in un bordello della capitale, braccato da un terribile collega che lo vorrebbe arrestare, Pao cerca giustizia presso uno stretto collaboratore dell'imperatore, speranzoso di poter ribaltare il verdetto fraudolento.
Seguito non ufficiale di Justice, My Foot! di Johnnie To, Hail the Judge, che riprende quando gli è possibile anche il doppio Royal Tramp (il look a metà tra selvaggio e saggio del giudice interpretato da Tsui Kam-kong), dello stesso Wong, è un film parlato, interamente basato su giochi di parole, equivoci culturali, dialettica da strada e confronti verbali. Inevitabilmente i sottotitoli smorzano la carica aggressiva e trasgressiva (in prospettiva storica) di una sceneggiatura caotica ma non raffazzonata. La farsa parte da una clamorosa rivalutazione irrispettosa, prendendo in giro un personaggio comunemente mitizzato quale il probo giudice Pao, qui imbelle, incapace e corrotto. Tanto inetto da perdere il posto per netta inferiorità nei confronti di un avvocato maneggione, e da recuperare credibilità e onori grazie all'apprendistato durante il soggiorno forzato in un bordello, ideale fucina dell'arte oratoria e della conoscenza giuridica. Il moleitau tipico di Chiau è nella circostanza l'unico compagno d'avventura del protagonista (i troppi comprimari, Ng Man Tat unico escluso, si pestano i calli a vicenda e finiscono per lasciargli spazio), elevato all'ennesima potenza, non fa sconti: o si ride o ci si annoia a morte. Sono necessarie, per sintonizzarsi su un tipo di umorismo così particolare - meno scatologico del solito ma non per questo meno grezzo o popolare - e per un giudizio sinceramente imparziale, conoscenze profonde e precise di usi, tradizioni, personaggi, strategie (compresi gli inattesi cambi di umore: le svolte mélo improvvisamente serie e malinconiche): classico, moderno e post-moderno si incontrano, si prendono, letteralmente, a male parole e alla fine - grazie al talento incommensurabile del mattatore, alla regia misurata (che come al solito non manca di citare polemicamente Wong Kar-wai) e al contorno curato (soprattutto la colonna sonora di William Woo, che allegramente plagia a destra e a sinistra) - finiscono per andare a braccetto. Scenografie e costumi saranno riciclati da Wong Jing per Chinese Torture Chamber Story, con molti degli stessi attori (Lawrence Ng, la simpatica Yuen King-tan) e con un canovaccio narrativo pressappoco identico, variato in chiave grottesco-libidinosa.

Hong Kong, 1994
Regia: Wong Jing
Soggetto / Sceneggiatura: Wong Jing
Cast: Stephen Chiau, Ng Man Tat, Cheung Man, Tsui Kam-kong, Christy Chung

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