"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Happy Family

Happy FamilyMentre papà e mamma Han sono molto presi dal riuscire a figurare sempre e comunque sulle prime pagine dei tabloid hongkonghesi, il loro unico figlio Kong San manda avanti diligentemente l'azienda di famiglia, un moderno e importante ufficio, nel quale ha da poco fatto il suo ingresso come semplice impiegata Kaka, grazie a una potente raccomandazione. Kaka e Kong Sang sono attratti l'uno dall'altro, e siccome sono dei bravi ragazzi, nonostante l'esempio maldestro dei genitori, avrebbero intenzione di sposarsi. Ma purtroppo, essendo Hong Kong piccola e popolosa, non si sa mai chi sia imparentato con chi, tanto per assicurare guai a non finire...
La prima mezz'ora di Happy Family aderisce perfettamente alla norma di quei frigidini romance da ufficio alla Johnnie To, tanto di moda negli ultimi anni. Tutto procede regolarmente, a tal punto da invogliare lo spettatore quasi a lasciar perdere un film in cui nulla sembra essere originale, a partire dalla fiction nella fiction del successo dei due senior della famiglia Han, che continuano a essere dei vip unicamente copiando tutto ciò che viene loro in mente, dai vestiti firmati, alle trame dei film di grido, quando per esempio decidono di scrivere una biografia sulla storia della loro famiglia, assumendo una ghost writer corrotta (interpretata dalla marmorea e incollata Almen Wong, una delle due miss di Happy Family, insieme alla spilungona adesca-milionari Sharon Chan). Anche la lei della love story da ufficio, con quel nome troppo familiare, Kaka, fa pensare da subito a un clone della Kinki - Sammi Cheng di Needing You.... Eppure, fin dall'inizio, qualcosa non quadra, perché per essere una commedia romantica, tutti i personaggi appaiono troppo svitati, e i due protagonisti dell'idillio, Candy Lo e Nick Cheung, non hanno davvero la faccia da bellocci da film buonista-commovente-sogno-della-segretaria-modello, e quindi la storiella d'amore, tra l'altro ben messa in scena e ben sviluppata, sebbene molto sbrigativamente, non è il fulcro del film. La vera follia di Happy Family comincia con una rivelazione scabrosa di papà Han a suo figlio, rivelazione che mette a soqquadro l'intero resto della trama, da quel momento in poi non più uguale agli altri film sulla piazza, bensì alla realtà hongkonghese spiattellata sotto gli occhi di tutti senza apparente vergogna ogni giorno, sui giornalacci locali. Happy Family già dal titolo infatti, sembra essere una sospettabile ma insospettabile (data le apparenze iniziali) metafora sulla popolazione hongkonghese, così frenetica, caotica e costretta a condividere uno spazio limitato e congestionato, da fondersi come una grande famiglia in cui tutti si conoscono, molti si odiano, tanti si sfruttano per i propri comodi, e quasi nessuno conosce a fondo nemmeno i propri parenti.
Herman Yau, che ha firmato la regia e ha anche scritto il film, insieme a Yee Shan Yeung, in un certo senso rimane fedele a sé stesso, pur astenendosi da violenze estreme, scoprendo le carte della satira solo a poco a poco, e non lasciando nulla di impunito o di puro o di genuino, con la sua vena dark di sempre (qui anche metalinguistica). C'è da dire che bisogna stare al gioco però, se si vuole davvero divertirsi. Bisogna capire i riferimenti più o meno evidenti a moltissimi altri film, a molti personaggi pubblici hongkonghesi, e ad alcuni scagnozzi della cinematografia locale. Bisogna essere disposti ad accettare un umorismo un po' semplice e un po' becero (tuttavia passabile e al contempo sottile), e bisogna rassegnarsi agli inserti buffi (che chiameremo qui effetti speciali...), a mo' di cartone animato. Insomma la commedia non è certo il campo privilegiato di Herman Yau, ma la satira sì, anche se in pochi se ne sono accorti; e se si concede a Happy Family la pazienza necessaria a capire dove voglia andare a parare, alla fine non si rimarrà di certo accecati da una rivelazione portentosa o dal capolavoro dell'anno, ma sicuramente soddisfatti dopo la visione di un filmetto intelligente, in cui sarebbe potuto accadere di più e meglio, ma che tutto sommato va bene anche così.
Passando alle prove date dagli attori, c'è da dire un bravo sbrigativo alla faccia imbronciata da psicopatica demoniaca di Candy Lo e a quell'aria da nato vecchio di Nick Cheung, per poi passare ad elogiare calorosamente, per il solo fatto di esistere, tutte le comparse (citare le più palesi è quasi un dovere ossequioso: Wilson Yip, Marco Mak, e Herman Yau, nei panni di sé medesimo suonatore di campanello...), e i personaggi minori, tra cui si distinguono, più che altro per follia, Amanda Lee, Cecilia Yip e Kenny Bee nei panni dei vecchietti di turno, gli sconsiderati hongkonghesi delle generazioni passate che con i loro pasticci hanno reso irrespirabile e invivibile l'aria della Hong Kong dei ventenni-trentenni di oggi. Parlando invece di maestranze, la fotografia decente, ma niente di eccezionale, è di Yu Kwok Ping, la musica originale, invadente ma buffa, è di Mak Jan Hung (più una manciata di brani di Candy Lo), e Choi Hung ha montato il tutto rendendolo scorrevole e anche veloce, mai statico, mai tronfio. A guardare questo film non ci si guadagna e non ci si perde niente di niente. Ma un po' si ride causticamente, se si è dell'umore giusto. Da consigliare a chi tutto sommato ha capito che gli hongkonghesi non hanno moltissimo gusto; da sconsigliare agli appassionati di cinema con la C maiuscola, o a chi non ha tempo da perdere. Curiosità: anche stavolta Herman Yau ce l'ha fatta: a causa degli argomenti trattati dal film, la pellicola è bollata Cat. IIB, e non si tratta quindi di un film per tutti, nonostante la mascherata con Batgirl in mutande rosa!

Hong Kong, 2002
Regia: Herman Yau
Soggetto / Sceneggiatura: Herman Yau, Yeung Yee Shan
Cast: Nick Cheung, Kenny Bee, Cecilia Yip, Candy Lo, Amanda Lee

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