"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Himalaya Singh

Himalaya SinghTre linee narrative si contendono lo schermo. Quella di Singh, spedito rotolando dalle cime incontaminate dell’Himalaya giù in città, novello, intronato Siddharta che invece dell’agognata India Beauty si ritrova in casa della volitiva Tally. Quella di Uncle Panic, un Lau Ching-wan che non si sa bene perché si produce in una ininterrotta imitazione di Mr. Bean, che dopo una botta in testa si ritrova in un sogno coloniale con una fantasmagorica donna-pavone, prima di finire nelle braccia della suddetta India Beauty.

Quella di Uncle Brave e dei suoi due sgherri, che in seguito a inserimento di pozione amnesia si convincono di essere prima figli di una matrona indiana, quindi yakuza in trasferta, il che dà modo a Francis Ng di sfoderare una gustosa paresi con tic alla Kitano. Tutto precipita verso l’obbligatorio torneo, stavolta di yoga, mentre Brahma sogna beato il mondo, almeno fino a quando qualcuno non ha la bislacca idea di svegliarlo.
Tre passi nel delirio per questa fantasia indiana pro-capodanno cinese di Wai, nel suo mood più illusionistico e zuzzurellone. Un oggetto sfrenato e slegato, praticamente al di là del bene e del male. Le citazioni si sprecano, vecchie (Indiana Jones) e nuove (Kill Bill), i grandandoli esplodono e i dolly svolazzano qua e là. Insomma, sembra proprio il mood hongkonghese di una volta, con quel tocco di consapevole post-modernità che l’ex sodale di Johnnie To sa spargere a piene mani. Peccato che la percentuale di gag andate a segno non sia alta (la migliore è la riproduzione di un dvd difettoso da parte di Ronald Cheng) e alla fine ci si ritrova più o meno in area Wong Jing, insoddisfatti e frastornati.

Hong Kong, 2005
Regia: Wai Ka-fai
Soggetto / Sceneggiatura: Wai Ka-fai
Cast: Ronald Cheng, Cecilia Cheung, Lau Ching-wan, Francis Ng, Cherry Ying

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