Infernal Affairs III

Scritto da Matteo Di Giulio. Postato in FILM

Infernal Affairs IIIInfernal Affairs III chiude l'inscindibile trilogia ideata e portata avanti dalla coppia d'oro Alan Mak - Andrew Lau. Unico vero fenomeno di costume del cinema di Hong Kong del nuovo millennio, il trittico d'azione trova degna conclusione con una pellicola epica, pessimista, ma non per questo meno spettacolare. Dopo il prequel che lo ha preceduto, il film torna al presente, nonostante i flashback riguardanti i personaggi eroicamente passati a miglior vita - e di conseguenza eletti a frammenti mnemonici da celebrare -, e si concentra sull'ascesa di Ming, poliziotto corrotto che dopo la morte dell'undercover Yan è tormentato da sensi di colpa, complessi di inferiorità e manie di persecuzione. Nel tentativo di mettere ordine nella sua vita e nella sua carriera, Ming, rientrato nei ranghi degli affari interni dopo un periodo di pausa, prende di mira Yeung, pezzo grosso dei servizi segreti dal passato ambiguo e dagli agganci pericolosi. Entrambi si mettono sulle tracce di un temuto trafficante d'armi cinese, Shen, a suo tempo legato al capo-triade Sam e, in misura minore, al suo luogotenente Yan.
Simile all'archetipo, meno gladatorio del primo seguito, complesso, con fondate pretese da thriller e eccellenti atmosfere noir, Infernal Affairs III è, se possibile, ancora più sottile e insinuante, finanche cervellotico nello sviluppo della trama stratificata ma coerente nel cercare lo sviluppo migliore delle psicologie, le stesse in gioco sin dal primo episodio. Si ha l'impressione di un arabesco colorato, un necrologio esistenziale, un'imponente dimostrazione di forza, un mosaico estremamente particolareggiato, solo all'apparenza rozzo e caotico, ma in realtà ben strutturato, lineare e assolutamente non casuale. Legato ancor più di Infernal Affairs II al prototipo, il terzo film co-diretto da Lau e Mak (e co-sceneggiato da Mak e Felix Chong), che ha riscosso grande successo di pubblico e critica, conferma lo sguardo rispettoso di una saga fondamentalmente nostalgica, agiografia popolare degli uomini - gli attori e i caratteri, indistintamente: in particolar modo il taciturno Tony Leung Chiu-wai, fantasma il cui carisma incommensurabile è la chiave di lettura delle tre pellicole - che la popolano, icone quotidiane in continua lotta contro se stessi e gli altri. I due registi si attengono rigorosamente ai canoni del poliziesco cantonese, quello orchestrato da Johnnie To (i toni cupi, la fotografia sfavillante), quello di Ringo Lam (le situazioni crude, il dilemma dell'infiltrato sull'orlo di un collasso nervoso) e anche quello procedurale, poco apprezzato in occidente, di Gordon Chan (le sparatorie e il testosterone, gli impliciti elogi all'efficienza delle forze dell'ordine). Nell'intreccio collettivo c'è purtroppo poco spazio per mettere in risalto e dare maggior senso al ruolo di Leon Lai, estremamente intrigante, unica vera new entry, insieme al cinese Chan Diy Ming (Hero: sfruttato per ingraziarsi il pubblico mainlader), e al maggior minutaggio di Kelly Chen, in un cast come al solito stratosferico.

Hong Kong, 2003
Regia: Andrew Lau, Alan Mak
Soggetto / Sceneggiatura: Alan Mak, Felix Chong
Cast: Tony Leung Chiu-wai, Andy Lau, Leon Lai, Chan Diy Ming, Kelly Chan

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