"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Ip Man - The Final Fight

Ip Man The Final Fight

Celebrato ripetutamente in questi ultimi anni, tanto da Wilson Yip (Ip Man e Ip Man 2) in chiave romanzata di modello filosofico-spirituale che da Wong Kar-wai come personaggio romantico, tra melò e weltanschaung marziale, Ip Man vive ora il suo momento di gloria assoluta, in cui brillare non più come mero “maestro di Bruce Lee”, ma come eroe a sé stante.

Ip Man - The Final Fight segue solo cronologicamente la saga di Wilson Yip ma non ne rappresenta il sequel, ricollegandosi piuttosto a quel The Legend is Born dello stesso Herman Yau, uscito nel 2010 e soffocato dalla fama dello Ip Man di Yip e dall'attesa per The Grandmaster di Wong Kar-wai.

In una sorta di reboot, di episodio a sé, Ip Man - The Final Fight riparte dal 1949 in cui il maestro si trasferisce a Hong Kong, rifiutandosi di aprire una scuola ma non disdegnando di offrire lezioni sul tetto di un palazzo. Anni di povertà, dopo il benessere pre-bellico, che non alterano la concezione di vita del maestro. Herman Yau (The Untold Story) è il nome ideale per astrarre dal puro film di arti marziali e concentrarsi su Ip Man come punto di osservazione privilegiata sulla mutevole realtà di Hong Kong, con un tono quasi dimesso, riconducendo il sifu a una dimensione umile, unendo il quotidiano e il sensazionale, le tenerezze di una coppia innamorata e le gesta di un maestro di arti marziali. E per parlare, ancora una volta, di Hong Kong e del suo particulare, dei cambiamenti della città-stato in anni difficili: attraverso la parabola del celeberrimo sifu e del tribolato affermarsi del wing chun scorrono dure contrapposizioni sociali e il diffondersi della criminalità organizzata, in una rete di corruzione che si infiltra negli uffici del distretto di polizia. Tante le caratterizzazioni di pregio, come un Jordan Chan ancora una volta sospeso tra legalità e immoralità, Eric Tsang che rispolvera le sue arti marziali, Anita Yuen che ritorna in un'apparizione fugace e Gillian Chung, donna del popolo dalla fede cieca per il wing chun. Come se il regista volesse riunire i volti iconici del cinema di Hong Kong in un'elegia collettiva.

Herman Yau, maestro del low-budget con un cuore, l'uomo che ha infuso umanità alle piccole love story di Cocktail o alla vita delle giovani prostitute in Whispers and Moans, tocca con grazia i tasti più sentimentali della micro-storia di Ip Man racchiusa nella macro-storia dell'ex-colonia, con una sincerità che un tempo era del neorealismo italiano e che (forse ancora per poco) è e sarà del cinema in lingua cantonese, presto stritolato dalle mega-produzioni della Cina. Il volto umano del Gran Maestro, dopo quello marziale di Donnie Yen e quello lirico-romantico di Tony Leung Chiu-wai, è affidato a uno degli attori-simbolo di Hong Kong, il grande Anthony Wong, che non smette di essere credibile nei suoi multiformi aspetti. Sempre più romanzato e riadattato, Ip Man pare destinato a rappresentare per la Hong Kong degli anni Zero quello che è stato il mito di Wong Fei-hung fino agli anni '90 di Once Upon a Time in China.

Hong Kong, 2013
Regia: Herman Yau.
Soggetto/Sceneggiatura: Erica Lee.
Cast: Anthony Wong, Eric Tsang, Jordan Chan, Anita Yuen.

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