"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Jiang Hu

Jiang HuJiang Hu mette insieme la feccia di Hong Kong e la porta a confrontarsi in una serie di notti di passione: da un lato i pivelli Yik e Turbo, dall'altro gli arrivati Hung e Lefty, costretti a guardarsi le spalle da tre rivali i cui intenti doppiogiochisti sono l'unica cosa chiara dall'inizio alla fine. Il potentissimo e odiato Hung ha appena avuto un figlio; il braccio destro Lefty gli augura una nuova vita fatta di pannolini, carezze coniugali e piccoli momenti di felicità; Yik ha ottenuto il primo incarico di una carriera da sicario che si spera possa diventare brillante; Turbo regge il gioco all'amico, sacrificandosi se necessario pur di continuare a vivere di gloria riflessa. Omicidi, tradimenti, risse, amori di una sera, confidenze improvvise influiscono sulla scacchiera e sui pochi giocatori abbastanza furbi da saper muovere i pedoni al momento giusto senza perdere il proprio sangue freddo.
La seconda opera di Wong Ching Po è una sperimentazione ardita che non si ferma alla superficie dei sottotesti facilmente identificabili - Infernal Affairs di cui riprende troppi attori e di cui sembra la versione concettuale; PTU in un'unica splendida scena; qualsiasi film di triadi in cui Andy Lau fa il big boss dal cuore d'oro -, delle sorprese momentanee - rivedere Wu Chien-lien, anche se defilata - e delle aspettative di un cast a dir poco stratosferico. Mentre la macchina da presa impazzisce e cerca di coniugare ritmo, frenesia e fotografia acida e notturna, cupa e colorata, gli attori non fanno che parlare, discutere del proprio status, delle ambizioni sopite e mal celate che portano i capi gang a morire per strada, sotto la pioggia (come nei noir coreani, non a caso ci scappa un'evidente citazione di Friend), nella maniera più cruenta possibile, dopo aver combattuto all'arma bianca con onore, e i piccoli ribelli spavaldi a tentare la propria sorte, costi quel che costi, sperando di tornare dalla prostituta della porta accanto e dalla mamma preoccupata di perdere l'ultimo maschio della famiglia.
Wong Chin Po viene dal cinema indipendente, a basso costo, e dopo il buon exploit Fu Bo si vede affidare un progetto che deve necessariamente nobilitare con stile e personalità da outsider baciato dalla fortuna. I colpi di genio non mancano - le storie parallele che si fondono, all'improvviso, in un unico flashback trasformato in pregevole colpo di scena; la musica ipnotica di Mark Lui; la recitazione di spessore di tutti i partecipanti, nessuno escluso; le sequenze d'azione coreografate da Stephen Tung e riprese dall'occhio del regista nei modi più inconsueti e spiazzanti, proprio come se Too Many Ways to Be No. 1 non fosse già stato dimenticato qualche eone fa -, la routine di genere neppure, la voglia di stupire riportando la malavita al regime coatto che le compete men che meno. Nonostante qualche cedimento strutturale della forma fin troppo adrenalinica, velleitaria, spudoratamente autoriale, con i cui rallentamenti narcolettici è talvolta difficile scendere a patti, la pellicola si spinge a riflettere sui gangster vecchio stile in un modo sincero e appassionato, con lo stesso ardore dei bei polizieschi dei tempi che furono.

Hong Kong, 2004
Regia: Wong Ching Po
Soggetto: To Chi Long, Wong Ching Po
Sceneggiatura: To Chi Long
Cast: Andy Lau, Jacky Cheung, Shawn Yu, Edison Chen, Eric Tsang

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