Little Cheung

Scritto da Valentina Verrocchio. Postato in FILM

Little CheungUn bambino normale ma un po' speciale, a Hong Kong, oggi. Il papà proprietario di un piccolo ristorante che fa consegne a domicilio, il fratello ripudiato (e dunque assente), la governante filippina religiosamente un po' fanatica, la nonna piena di ricordi del cinema cantonese dei tempi andati, il vicinato intriso di figurine di piccoli boss delle triadi, prostitute simpatiche e barbieri anziani affaccendati. Cheung è un ragazzino sveglio e veloce, e aiuta il papà nelle consegne al solo scopo di fare un po' di soldini. Conosce tutti nel quartiere, tranne un bambina arrivata da poco a Hong Kong, che un giorno viene a chiedere di poter lavorare nel ristorante, sebbene minorenne. Insieme la possibilità di un mondo di avventure negli angusti circoscritti blocchi di vita brulicante degli isolati intorno a Portland street, Mongkok. Ufficio dell'immigrazione permettendo...
Si potrebbe indugiare un po' parlando del fatto che Little Cheung è il terzo capitolo di una presunta trilogia a cavallo e post handover di Fruit Chan, non fosse che è anche il primo episodio di un'altra trilogia, un po' dedicata all'infanzia preadolescenza arrabbattata tra lamiere e trucchetti per la sopravvivenza e un po' alle avventure di alcuni personaggi che si trovano a dividere gli stessi spazi (Durian, Durian, la pellicola successiva, si focalizzerà sulle vicende di una ragazza quasi amica della piccola Fan). Però capita che il film sia così intensamente vissuto e sfaccettato, da non lasciare davvero il tempo per gli indugi da studiosi di prequel, sequel e spin-off (definizioni comunque esagerate, perché troppo specifiche, in un ambito in cui il dilettantismo sembra invece essere molto caro a Fruit Chan).
Allora, tanto per cominciare, l'origine del nome del piccolo Cheung... Tang Wing-cheung, detto anche Brother Cheung era una star dell'opera cantonese e successivamente dei film musicali, tra gli anni cinquanta e sessanta. La nonna di Little Cheung, ancora attorniata da decrepiti corteggiatori che si divertono a mimarne il passo infermo, al momento della turbolenta nascita del bambino gli ha dato questo nome in memoria dei bei tempi e con ovvi propositi di buon auspicio. L'intero film è dedicato a Brother Cheung, dal momento che tra casualità improvvisazione e sceneggiatura, questa figura amatissima del mondo dello spettacolo hongkonghese s'è trovata a morire nel 1997, proprio mentre Fruit Chan pianificava i suoi intrecci filmici di retrogusto critico, approfittando della restituzione di Hong Kong alla Cina. Dunque Hong Kong torna alla Cina e Brother Cheung muore... per traslato viene da pensare che anche Hong Kong muoia un po', e la banalità di tale pensiero è meno relativa che oggettiva. E, per assecondare Fruit Chan e guardare Little Cheung anche politicamente, mentre a un certo punto si assiste ad una impreparata ma molto ufficiale cerimonia di cambio della bandiera a scuola del piccolo Cheung, in un altro punto invece si fa un lungo giro in bicicletta per la zona del porto, fino a raggiungere la riva di cemento e il pacifico innocente dialogo finale dei tre bambini sull'appartenenza del paesaggio di mare e grattacieli (mio, tuo, nostro?).
Sbrigate le (non) necessarie chiacchiere pseudo pragmatico/consapevoli, Little Cheung è poi un groviglio ottimamente riuscito di piccoli avvenimenti quotidiani, i giocattoli veri (ovetti e pulcini che fanno bip bip...), giochi improvvisati (l'acqua che ristagna, le altalene e i cieli stellati finti dentro il palcoscenico fatato di un semplice camion...), le punizioni dei bambini per gli adulti (quante modi di fare pipì, a Hong Kong! E che modi originali per riciclare in modo utile ed ecologico gli assorbenti!), e quelle degli adulti per i bambini (perfortuna che il piccolo Cheung non si perda mai d'animo, nemmeno quando con un po' più di vestiti e una posizione meno impalata ci si sentirebbe sicuramente più a proprio agio!)... E anche i sentimenti, che labirinto anche i sentimenti, perché chissà come mai papà non vuole più bene a mio fratello, chissà cosa nasconde la nonna; chissà se è giusto voler bene più alla governante che alla mamma, ma tant'è, non ci si può fare niente, tutte queste cose esistono con tante domande e non necessariamente con altrettante risposte, e sebbene si sia solo dei bambini e ci si aiuti come si può, perché non si potrebbe parlare di una storia d'amore goffa, buffa, grassa di torte mangiate con le mani tra le risate e magra di corse e di spiccioli, eppure preziosa, indimenticabile, inguenua talmente inguenua come sono ingenui i litigi delle persone, di ogni età, che si amano senza mai sapere esattamente quanto (e perciò si arrabbiano)?!
Little Cheung schiude pervicacemente davanti agli occhi tutto questo, con attori non professionisti come sempre. E di sicuro il risultato non basterà, sebbene sia eccellente, a evitare di sputare sentenze e similitudini con I 400 colpi di Francois Truffaut, magari nemmeno per conoscenza diretta ma per sentito dire, specie riguardo il finale. Per una volta si potrebbe però accettare un film hongkonghese che funziona ed è una grande piccolissima storia sull'infanzia hongkonghese e allo stesso tempo universale, senza patria, forse proprio come gli hongkonghesi, con un po' di politica, pochi peli sulla lingua, un po' di cuciture addosso alla bell'e meglio. Un po' di vita.

Hong Kong, 2000
Regia: Fruit Chan
Soggetto / Sceneggiatura: Fruit Chan
Cast: Yiu Yuet-ming, Mak Wai-fan, Mak Suet-man, Robby, Gary Lai

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