"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Long Arm of the Law

Long Arm of the LawUn gruppo di amici, tutti ex Guardie Rosse, entra illegalmente a Hong Kong per compiere una rapina sulla cui progettazione stanno lavorando da mesi. Aspettando il momento fatidico, vagano per la città, provando in prima persona i divertimenti che offre la città. Compiuto il fattaccio, i criminali sono traditi da un trafficante d'armi costretto dalla polizia a vendere i suoi clienti: dopo una forsennata fuga, l'impresa finisce in un bagno di sangue, in una squallida soffitta di periferia piena di topi.
Long Arm of the Law è e rimane l'unica regia di Johnny Mak: che peccato! Mak è stato tra gli agitatori della New Wave; come i colleghi si è formato nei ranghi televisivi, come regista e produttore, più di loro ha fatto carriera ed è arrivato a gestire un'intera stazione, la RTV, prima di dare le dimissioni per dedicarsi al cinema. Debutta come produttore, due anni dopo dirige anche un capolavoro, quindi torna a produrre, alla fine si defila e esce di scena. Geniale inventore di generi e filoni, con Long Arm of the Law, scritto dall'ex ispettore di polizia Phillip Chan e coprodotto con Sammo Hung, mette per iscritto, mascherandole sotto la patina di un noir duro e crudo, tutte le paure, i timori e le incertezze della difficile situazione politica di Hong Kong. Nel 1982 si era mossa la Tatcher in prima persona per negoziare con Pechino il futuro della città stato: la data fatidica, il 1997, si fa sempre più vicina. Il pessimismo sale a livelli inimmaginabili, e nonostante il clima di tensione l'economia registra passi avanti impressionanti. Hong Kong vive sulla propria pelle tutte le contraddizioni del caso. Da un lato è una città industrializzata, potente, autonoma, dall'altro dipende da un padrone esterno (gli inglesi, anche se in procinto di andarsene), subisce immigrazioni massiccie e pensa poco alla politica.
Mak riesce nel difficilissimo compito di sintetizzare tutto in novanta minuti serrati, dove il crimine diventa metafora di un'insicurezza crescente. Non per niente i criminali sono quattro ex Guardie Rosse, e prima di fuggire oltre confine cantano Un piccolo fiume divide due mondi, inno dei transfughi cinesi. Ricco di metafore politiche, il film è difficile da decifrare, complesso, ma al tempo stesso godibile perché la maschera del crime-thriller regge benissimo. Johnny Mak sfrutta alla perfezione i volti anonimi dei suoi protagonisti, tutti presi dalla strada - ci vollero quattro mesi di provini per scegliere le facce adatte - per regalare la sensazione di realismo. Anche le location contribuiscono: Hong Kong è un posto pericoloso, i suoi abitanti più crudeli ed egoisti. E' eletta a stadio per la partita la Walled City, una parte di Kowloon che, per una strana coincidenza, non era stata contemplata nei trattati sino-britannici, risultando quindi terra di nessuno, al di fuori di qualsiasi giurisidizione. Un quartiere sporco, povero, dove trovano rifugio proprio gli immigrati, sia quelli onesti che vogliono integrarsi - il dentista che ospita controvoglia i fuggiaschi braccati dalla polizia -, sia quelli che hanno scelto la via del crimine come stile di vita - la gang della Big Circle, formata solo da mainlanders, le cui rapine sono alla base del soggetto.
Mak, come Peckinpah, indugia sui protagonisti, li rende simpatici agli occhi della spettatore - geniale in tal senso l'espediente di farli incolpare di una rapina fallita da altri -, sottolinea le differenze tra la loro generosità (e ingenuità) di fondo rispetto all'individualismo delle contraparti cantonesi, e poi li conduce, lucidamente, al massacro. In una società interamente basata sul denaro e sul successo personale, ognuno è homo homini lupus, e per ribadire il concetto basta citare i ruoli, scomodi, della polizia, che infrange le regole appena possibile (l'incursione nella Walled City; il massacro finale), e dei criminali locali, approfittatori e senza morale (il trafficante che si improvvisa informatore). Tutto nel segno del tradimento - sentimento comune ad un'intera popolazione che scopre che la propria nazione sta per essere ceduta a degli stranieri senza che i legittimi proprietari siano stati chiamati in causa nelle trattative - e della corruzione. Degrado dei costumi, ideologico: i nostri arrivano a Hong Kong - invasori o turisti? -, ricordano le felici giornate passate con le fidanzate, passeggiando in bicicletta, e poi scoprono il lato voluttuoso del capitalismo, dividendosi tra night club, donne di vita e gioco d'azzardo (non senza ironia: si veda l'astuta prostituta che prende per il naso l'ingenuo commie fino a fargli perdere le staffe). Finiranno con l'uccidere chiunque si pari davanti al loro sogno. La fine di una vecchia ideologia o l'inizio di una nuova etica? La morale della favola non cambia.

Hong Kong, 1984
Regia: Johnny Mak
Soggetto / Sceneggiatura: Phillip Chan
Cast: Lam Wai, Wong Kin, Kong Lung, Chan Ging, Shum Wai

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