"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Lost Boys in Wonderland

Lost Boys in WonderlandIl ribelle Che, un piccolo delinquente scampato per puro caso all'arresto prima di un tentativo di rapina, ha un unico scopo: raggiungere il compare Man in prigione, a costo di farsi catturare per una sciocchezza, un incendio appiccato apposta a una toilette pubblica. Catturato e condannato, il ragazzo entra nel microcosmo carcerario e scopre subito che il turbolento amico è stato trasferito in un altro penitenziario dopo aver provocato una rissa. Costretto a condividere la cella con un gruppo di coetanei, Che dapprima se ne sta in disparte, poi comincia a conquistarsi il rispetto dei compagni di cella. Lost Boys in Wonderland parte da un titolo geniale, che in un solo concetto esprime per assurdo il suo potenziale drammatico: il paese delle meraviglie, ossia quattro squallidi muri invalicabili, non esiste per davvero, le botte prese fanno male e la moneta vigente - le caramelle distribuite ogni mese agli ospiti - non rendono più dolce l'agonia dei prigionieri, drogati, violenti, irrecuperabili. Versione ringiovanita di Prison on Fire o proseguimento carcerario di School on Fire, altrettanto duro, il film di Samson Chiu è lontano dal glamour delle triadi, talvolta assurdamente ingenuo - il fine che a metà percorso persegue Che è ottenere dal severo direttore il permesso di poter formare un gruppo musicale - da rischiare che la retorica di alcuni discorsi intacchi la semplice verità di fondo. I ragazzi perduti sono a disagio, dentro e fuori dallo spoglio ambiente carcerario, in una Hong Kong che offre loro ben poche possibilità. Nonostante tante scene di lotta, di insurrezione collettiva, di incitamento alla ribellione contro le autorità - i secondini (tra i quali figura l'attore James Ha, anche co-sceneggiatore e martial arts director) non sono altro che aguzzini irascibili -, non vige la legge del sensazionalismo ad ogni costo: unica concessione al melodramma l'inizio fulminante in cui il protagonista prima di andare in prigione chiede a una nota deejay (Lois Kwok, nei panni di se stessa) di trasmettere la sua canzone preferita. Sotto i riflettori c'è prima di tutto l'inutilità di scopi e mezzi adottati: il semi-documentarismo, esaltato dalla fotografia sporca di Jacky Tang, non punta l'indice contro i giovani traviati né cerca di renderli per forza simpatici per innescare coinvolgimento e commiserazione, bensì si focalizza sulla contestualizzazione programmatica della loro rabbia in un ambito ben preciso (la prigione, l'educazione, la famiglia, la strada). Il cast di protagonisti sconosciuti aggiunge, proprio come in Gangs di Lawrence Ah Mon, che del film di Chiu è una sorta di big brother, ulteriori dosi di realismo a una storia dai toni sin troppo credibili. Dei nomi coinvolti solo quello del secco Samuel Leung, capoccia carismatico poi ridimensionato, continuerà a ricorrere con fortuna nel cinema cantonese degli anni novanta, sia come attore che come compositore.

Hong Kong, 1995
Regia: Samson Chiu
Soggetto / Sceneggiatura: Samson Chiu, James Ha
Cast: Lam Ming Lun, Samuel Leung, Chan Hau Ngok, Gwok Jing, Wong Qui Lee

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