"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Love to Kill

Love to KillIl presupposto di partenza è cavalcare l'onda dei duri categoria III ispirati a fatti realmente accaduti che si stavano susseguendo in quel periodo - The Untold Story, Remains of a Woman, Legal Innocence - ma partendo da una storia di fantasia largamente debitrice al peraltro insipido film statunitense A letto con il nemico, di Joseph Ruben (1991). Sam Wong è un marito geloso, iperprotettivo nei confronti della moglie Jade. Si arrabbia se lei accompagnando il figlio Siu Keung al pulmino scolastico si sofferma a parlare con le vicine di casa, non le permette di restare da sola in ospedale con la madre malata, innervosito all'idea che parli troppo, arriva persino a inseguire un cliente di un bar a cui erano seduti, che ha la sola colpa di averla ringraziata dopo aver chiesto l'oliera del loro tavolo. Ma la sua psicopatologia si esplica al meglio all'interno delle mura domestiche, con tremendi e reiterati soprusi sessuali cui sottopone la donna, sempre più disperata. Tanto che una sera - dopo la solita dose di botte e violenze - lei tenta di ribellarsi, scappando. Sam la blocca in strada, sotto una pioggia scrosciante, iniziando a percuoterla, ma viene fermato da un poliziotto che sta passando di lì per caso - Fireball Hung. Dopo un tentativo andato a vuoto di farle denunciare i maltrattamenti, Fireball la ospita nell'appartamento dell'ingenua e scollacciata fidanzata, Jenny, cercando di convincerla ad abbandonare il marito. Sam intanto medita vendetta, dando il via a pericolose fantasie di rivalsa...
Billy Chung non ha mai brillato per particolare perspicacia artistica o sbalorditivo estro creativo; ciononostante non gli si può negare una certa compiaciuta cura nel confezionare prodotti - per quanto sempre marginali - interessanti (nello stesso anno dirige ad esempio un wuxiapian cruento e terrigno, The Assassin, ingiustamente poco considerato). A maggior ragione il discorso funziona in questo film degli esordi, che riesce a instaurare sin dalle prime inquadrature un insano senso di tensione, protratto e inseguito con estrema coerenza fino all'ingresso in scena della polizia - come spesso accadeva, dipinta come un branco di squinternati casinisti senza arte né parte. A questo punto l'angoscia si disperde, il ritmo si distende, adagiandosi su toni da commedia; ma niente paura, è tutto voluto. I battibecchi frenetici tra Danny Lee e la fidanzata Julie Lee (che solo pochi anni dopo si sarebbe buttata a capofitto nei farraginosi A Trilogy of Lust e Trilogy of Lust 2 - da lei con poca grazia scritti, diretti, prodotti e interpretati) non sono altro che l'esca per cogliere di sorpresa e riprecipitare lo spettatore nella voragine di budella finale. Entro certi limiti il gioco paga, e gli ultimi venti minuti - di stampo quasi hollywoodiano nella gestione degli stacchi e nella scelta delle inquadrature, ma prettamente hongkonghese nella spietata durezza formale e contenutistica - si trasformano in un asfissiante massacro; al di là degli scontati richiami a immancabili traumi infantili, un bagno di sangue poco rassicurante, tra decapitazioni e vetri infranti. Peraltro c'è da constatare che Love to Kill non esagera nei dettagli truculenti, ma almeno un particolare guadagna lo status di cult; l'agghiacciante e misogino uso delle bottiglie che richiama, incupendolo, quello subodorato ne Il cuore nero di Paris Trout, di Stephen Gyllenhaall (1991).

Hong Kong, 1993
Regia: Billy Chung
Soggetto / Sceneggiatura: Law Gam Fai, Lau Wing Kin 
Cast: Anthony Wong, Elisabeth Lee, Danny Lee, Eric Kee, Julie Lee

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