May We Chat

Scritto da Eugenio De Angelis. Postato in FILM

May We Chat

A cinque anni dall’esordio con Glamorous Youth, il critico cinematografico Philip Yung torna dietro la macchina da presa per la sua seconda fatica May We Chat, mentre il 2013 lo ha visto impegnato come sceneggiatore per l’horror Rigor Mortis e per l’action incendiario As the Light Goes Out, anch’esso presentato al FEFF16.

Con May We Chat Yung si discosta però dai generi più canonici per una pellicola di carattere sociale, inserendosi nel filone dei drammi adolescenziali e continuando il percorso intrapreso con la sua opera prima.

Mettendo al centro del film l’incomunicabilità e il rapporto simbiotico dei giovani con la tecnologia, fornisce infatti un altro ritratto di una generazione problematica, che sopravvive nelle parti meno glamour di Hong Kong. Tre le protagoniste: Chiu Wai-ying (Rainky Wai), sordomuta, abbandonata dai genitori e prostituta per necessità (e incoscienza), personaggio altamente simbolico per il quale lo smartphone non può che essere il mezzo principale attraverso il quale comunicare (o nascondersi); Wai-wai (Heidi Li), con madre tossicomane e una sorella decenne che bada alle faccende di casa, con un passato di droghe e la compagnia abituale di giovani teppistelli. Infine Li Wing-yan (Kabby Hui), con genitori separati ma padrino facoltoso e perciò viziata, carente d’affetto e aspirante suicida. Le tre frequentano una chat comune attraverso il famoso programma di messaggistica WeChat ma non si sono mai incontrate. Quando però Wing-yan, dopo un tentativo di suicidio, sparisce misteriosamente dall’ospedale nel quale era ricoverata, le altre due ragazze faranno di tutto per ritrovarla, entrando in contatto con alcune delle realtà più torbide della città.

Philip Yung si rifà ai melodrammi giovanili degli anni ’80 citando esplicitamente Lonely Fifiteen di David Lai (1982), mostrando i protagonisti che ne guardano alcune scene in tv e utilizzando addirittura due attori di quel film, come Irene Wan, madre della ragazza scomparsa. La citazione crea un parallelo tra presente e passato, ma serve anche a far risaltare ancora di più il quadro cupo che emerge dalla pellicola di Yung, nella quale non c’è redenzione a un presente fatto di droga, prostituzione e piaceri effimeri. Un mondo nel quale i giovani sono abbandonati a loro stessi e guardano senza speranza al futuro (la scuola viene abbandonata o diventa fonte di problemi), perdendo di conseguenza ogni rispetto per l'autorità genitoriale - quasi sempre assente - o per quella degli adulti in genere (il dito medio di Chiu all’assistente che le offre il suo aiuto). Il ritratto è duro e realistico con un paio di scene che, pur con uno scarto di tono forse eccessivo, sono un pugno nello stomaco dello spettatore, sconfinando addirittura nello splatter. La fotografia di Shi Yue è fin troppo patinata per la rappresentazione di ambienti malsani e decadenti , ma calza perfettamente all’asetticità della grande casa di Wing-yan e dei locali dove si ritrovano le ragazze per divertirsi.

L’uso insistito del testo a schermo, nella forma dei messaggi mandati tramite il telefono, crea un bel contrasto tra la grafica colorata e allegra dell’applicazione e le location quasi sempre fatiscenti ma è, a conti fatti, un espediente superficiale e poco elaborato, usato per rimarcare sempre il medesimo concetto. Purtroppo la tela intessuta da Yung, mano a mano che si compone, mostra la corda di un logoro moralismo e un certo schematismo di fondo, ai quali si arriva per altro con qualche forzatura in sede di sceneggiatura. La tesi alla fine è quanto di più prevedibile ci si possa aspettare da un soggetto del genere: le giovani protagoniste sono vittime di una società che le vuole così e che fa di tutto per sfruttarle. Possono superare l’apatia e l’incomunicabilità - simboleggiate ovviamente dall’uso compulsivo dei cellulari – solo uscendo dal giogo loro imposto, riappropriandosi della propria umanità e tornando ai valori puri dell’amore e dell’amicizia, anche se Yung fortunatamente evita un completo happy ending che sarebbe suonato davvero insincero.

Hong Kong, 2014
Regia: Philip Yung.
Sceneggiatura: Lou Shiu-wa, Philip Yung.
Cast: Kabby Hui, Rainky Wai, Heidi Li, Irene Wan, Peter Mak, Mak Ling-ling.

 

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