"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Mean Streets Story

Mean Streets StoryProve tecniche di successo. In Mean Streets Story Andrew Lau presenta tutti i prodromi del futuro blockbuster Young and Dangerous e riesce a preannunciare addirittura lo stile leggero dei primi due episodi della serie Feel 100% (la breve coabitazione dei quattro piccioncini), da lui prodotti, di cui propone qui l'accoppiata, per i tempi inedita, Ekin Cheng - Eric Kot. Storia di triadi, inevitabilmente, in tempi non sospetti: un ragazzo di strada, Melvin, cresciuto con l'amico di sempre, Crab, nelle pericolose periferie vicino a Temple Street (una delle via della prostituzione), vuole uscire dal ghetto. Prima incappa in un omicidio per legittima difesa che gli costa quattro anni di prigione ma subito dopo la scarcerazione ritrova la donna, ricca e bella, che ha causato involontariamente l'incidente. Tra i due scocca la scintilla - l'ennesima variante di Romeo incontra Cenerentola - e lei si mette in testa di redimere il suo uomo, trovandogli un lavoro da assicuratore e agendo su di lui come angelo protettore. Ma il passato di Melvin non smette di perseguitarlo.
Con un lavoro del genere Andrew Lau presuppone Love and the City di Jeff Lau, di cui però non possiede la profondità, e Chungking Express di Wong Kar-wai, il cui tipico marchio registico è imitato nelle scene più movimentate. Se tematicamente Mean Streets Story (nessuna parentela con Martin Scorsese) è molto simile ai prossimi rebels without a cause giovani e pericolosi, stilisticamente costituisce senza mezzi termini l'apprendistato e la maturazione di un piccolo autore che da apprezzato direttore della fotografia, proprio per Wong Kar-wai, e yes man di Wong Jing si sta trasformando in regista a tutto tondo.
Esauriti i doverosi omaggi ai mentori, Lau si concentra sul lato melodrammatico del suo poliziesco. Ovverosia su quello che diventerà il suo marchio di fabbrica, l'esplicazione della tragedia dell'uomo incastrato dal fato e dalla sua condizione sociale. Ekin Cheng è un Chan Ho Nam in divenire: carismatico, deciso, sicuro di sé, capace di amare e di essere contraccambiato. Incarna senza mezzi termini la figura tipica dell'eroe classico, tormentato, bello e dannato. La presa di coscienza della propria situazione porta il giovane ribelle a prendersi responsabilità superiori alle sue capacità, colpa anche di un amico pasticcione, di una fidanzata il cui padre è troppo potente e fuori portata e di un patrigno imbelle. Le sbavature sono lì, tutte da vedere, ma al contempo l'anima populista di Lau provvede a occultare i troppi difetti e a coprirli, aggiungendo continuamente materiale all'impasto. E se la storia nonostante alcuni pregevoli risvolti è fragile, la recitazione poco incisiva (Eric Kot è discreto attore comico e il suo disagio è evidente), è piuttosto la regia ad emergere. Una direzione resa importante da un montaggio all'altezza (Marco Mak al suo meglio), che cesella ogni raccordo elidendo e mascherando l'azione. Dal nulla Lau si inventa auto-proclama autore, grazie a piani sequenza non troppo esibiti, campi e improvvisi guizzi della macchina, che parte calma e poi improvvisa ritmi sincopati a base di fotostop, bilanciamento improvviso di colori e step-framing prolungati.

Hong Kong, 1995
Regia: Andrew Lau
Soggetto / Sceneggiatura: Wong Jing
Cast: Ekin Cheng, Wu Chien-lien, Eric Kot, Annabel Lau, Mimi Chu

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