My Name Ain't Suzie

Scritto da Valentina Verrocchio. Postato in FILM

My Name Ain't SuzieHong Kong, Wan Chai, fine anni cinquanta: i soldati americani sbarcano affamati di bagordi e di donne, e tra i vari locali il Lucky Bar è il più popolare, fornito com'è giovani ragazzette scelte una per una in campagna dall'occidentaleggiante Mother Monie, che poi le da' alla svampita e classicheggiante mamy del bar, Little Lin-yuk, che le veste, le trucca e le istruisce per compiacere i clienti. Tra le varie apprendiste Shui Mei è la più sveglia e volenterosa, e presto viene addocchiata da Jimmy, il boy di Little Lin. Nella fauna di poveracci che si aggirano nel quartiere, Jimmy è quello con più sventure addosso: figlio di una prostituta e un cliente americano, è stato affidato dalla madre suicida a Little Lin che all'inizio lo ha accudito ma poi lo ha eletto a suo amante. Tutte le sere, mentre le ragazze flirtano con i soldati, Jimmy si aggira per i tavoli mostrando la foto di suo padre, chiedendone notizie. Tra gelosie e ripicche le cose tra Shui Mei, Jimmy e Little Lin degenerano praticamente da subito, e durante una lite più furiosa delle altre Shui Mei lascia il Lucky Bar per sempre, non sapendo che Jimmy è stato finalmente messo in contatto dal consolato con suo padre, e sta andando negli Stati Uniti. Shui Mei si ritrova così da sola con sua cugina, senza tetto. Passano gli anni, le due ragazze conoscono la strada e il carcere, e quando riescono ad aprire un bordello travestito da rivendita di bibite, una triade glielo sfascia il giorno stesso dell'inaugurazione. A Shui Mei non rimane altro da fare, allora, che andare a chiedere assistenza a Sister Ying, donna vestita da uomo che non ama i convenevoli e va sempre dritta al sodo...
My Name Ain't Suzie, per omaggiare e allo stesso tempo contrastare il cinema americano (Il mondo di Suzie Wong comunque, tra le varie escursioni di Hollywood a Hong Kong, rimane fino a oggi il film più bello e vicino alla realtà) comincia con un vago sapore stonato, perché pur rifacendosi palesemente per esempio a certi musical americani anni ottanta per le ambientazioni e i colori della messa in scena urbana, contiene da subito piccole crudezze che per esempio Grease non si è mai sognato (la scena dell'autoaborto di Shui Mei, oppure le ragazze che parlano di quanto puzzino gli occidentali e di quanto faccia loro ribrezzo toccarli...). La regia è di una donna (e si vede): Angela Chan; il film ha il chiarissimo stampo Shaw Bros dell'ottusaggine maschilista e sessista anni settanta e ottanta, ma con un curioso filtro totalmente femminile di cui Anthony Wong è senz'altro la personificazione (bravissimo, acerbo, accattivante e pietoso!). Misero fin nel midollo, in America il personaggio di Jimmy crede di aver trovato fortuna perché vende hamburger a Disneyland, e quando torna a Hong Kong non sa far altro che snobbare vigliaccamente Shui Mei, che nel frattempo ha fatto molta più strada di lui, soprattutto in quanto a introspezione. Altra spia del punto di vista femminile è il rapporto di Shui Mei con Sister Ying, parente strettissima della Sandra Ng - Sister Thirteen della serie Young and Dangerous: una relazione densa di sfumature delicate (stramba la scena in cui Sister Ying, durante la visione di un filmetto porno nel salotto di casa si Shui Mei, infantilmente e buffamente, si mette a elencare mimandole le torture che sarebbe bello fare agli uomini). Tutto My Name Ain't Suzie è fatto di momenti che potrebbero essere volgarissimi e invece sono toccanti e in un loro modo tutto ruvido e speciale perfino dolci (la scena con la mamy Little Lin che insegna alle ragazze come rigirarsi qualcosa di rotondo in bocca...). La regia è forte e sicura (gli scorci di traverso del take away sul marciapiede sono teatrali e molto suggestivi, la camera di Little Lin ha molto degli interni in cui si muoveranno le gelide e folli matrone wongkarwaiane, un bel po' di anni dopo), Angela Chan spazia tra varie epoche con relative ricostruzioni storiche perfette, con una colonna sonora di tutto rispetto e una ricchezza di particolari disconosciuta dal cinema di quel periodo. L'assunto del film è che pur avendo le donne un cuore e tenendolo in considerazione (cosa che le rende deboli, come la stessa Shui Mei, quando rivede Jimmy dopo molti anni, sembra affermare dicendo «ho così tanta esperienza in tutto, eppure non so archiviare un uomo»), pur sopravvivendo a Hong Kong alla bell'e meglio, prostituendosi e rimettendoci la pelle, non vanno affatto sottovalutate («Don't look down on women», è l'ultima frase del film), bensì ammirate. Diverso da The Queen of Temple Street e da tutti gli altri film di prostitute che tra gli anni ottanta e i novanta popoleranno il cinema di Hong Kong, e che a volte pur ottimi, si serviranno ampiamente di scenette gratuite e contentini vari per il pubblico maschile, My Name Ain't Suzie è fino ad ora una delle migliori pellicole anni ottanta prodotte dalla Shaw Brothers, e, fin dai titoli di testa (davvero belli e...stradali...) è tutto da guardare.

Hong Kong, 1985
Regia: Angela Chan
Soggetto / Sceneggiatura: John Chan
Cast: Pat Ha, Anthony Wong, Deannie Yip, Angela Yu, Betty Ting

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