"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Nude Fear

Nude FearNude Fear di Alan Mak prende a modello ottimi esempi (Seven) e lavori meno riusciti (Il collezionista) del genere psycho-thriller e li sintetizza con buona personalità: morboso, macaro e non troppo esplicito. Antefatto drammatico - una bambina torna a casa e scopre il cadavere nudo della madre - e prologo - un caso facile tanto per introdurre i personaggi principali - sono un valido biglietto di presentazione per la detective Joyce Chan, lavoratrice indefessa sconvolta dal trauma infantile. Tanto che la donna vive da eremita, solo casa e lavoro, fragile dietro la maschera di dura infallibilità che si è costruita.
La pellicola di Mak, scritta da Susan Chan e dal solito encomiabile Joe Ma, anche produttore esecutivo, si sofferma in primo luogo sui rapporti umani tra i vari caratteri, preferendo rinunciare a effettacci - il sangue è in funzione meramente scenografica - e colpi di scena. Tanto che, a scanso d'equivoci, dopo un paio di manovre di depistaggio ben eseguite, la scelta degli artefici è di rivelare il volto del colpevole prima del previsto. Scelta programmatica: in questo modo la strategia della tensione deve esclusivamente basarsi su dialoghi e fatti, supportati da una straordinaria fotografia da noir. L'interazione tra le parti è coordinata con estrema lucidità; ogni particolare ha il suo peso e nulla è affidato al caso. Per di più Mak ha un gusto grottesco che lo porta a concepire un gioco al massacro di rara ferocia, evitando di cadere nelle trappole del genere. Niente messaggi morali o tentativi di destabilizzare l'ordine costituito, Nude Fear nasconde una semplice disamina della follia di un uomo che in nome della sua ossessione, un vecchio amore non corrisposto, è disposto a segregare per oltre dieci anni alcune ragazze, convinto di fare il loro bene.
Aldilà di alcuni salti nei raccordi (alla fine rimane qualche punto in sospeso di troppo) rimane la convinzione di assistere a una spietata messa in scena che vuole confrontare a tutti i costi parte e controparte, senza una presa di posizione netta. Joyce Chan e il suo ipotetico carnefice soffrono della stessa solitudine, dello stesso bisogno d'affetto. I maggiori pregi sono l'attenzione alla psicologia dei personaggi e la resa su schermo degli attori. Raramente un gruppo di interpreti così poco blasonati ha reso tanto bene nel lavoro collettivo. Kathy Chow, sensuale e mascolina, strappa consensi. Come le scene di tensione, ben girate (splendido l'agguato sulle scale). La spiegazione finale è un po' forzata, ma poco importa, visto che è giunto il momento di mettere da parte le armi del ragionamento e di sfoderare quelle vere.

Hong Kong, 1998
Regia: Alan Mak
Soggetto / Sceneggiatura: Susan Chan, Joe Ma
Cast: Kathy Chow, Tze Kwan Ho, Cheung Tat-ming, Siu Siu, Sam Lee

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