"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Once Upon a Time in China III

Once Upon a Time in China IIIContinua la saga di Wong Fei-hung, stavolta al centro di un intrigo misterioso: se di primo acchito non sembra niente più della solita scaramuccia tra scuole di arti marziali e relativi sifu, ben presto si fa strada l'ipotesi di un attentato al governatore.
Dai più accusato di rappresentare l'inizio di una china discendente per la fortunatissima serie, anche a causa degli screzi nati tra Jet Li e Tsui Hark, il terzo episodio di Once Upon a Time in China vanta invece diversi assi nella manica, sapientemente celati da Tsui all'interno di un intreccio che fatalmente vive di situazioni già vissute e di iterazioni dovute alla ricerca di un'identificazione tra il pubblico e i suoi beniamini. Tra i diversi motivi d'interesse, un particolare risalto va al ruolo di primo piano che recita il cinema stesso nel gioco di Tsui; dopo averci deliziato negli episodi precedenti con diverse gag imperniate sugli usi e costumi modernisti e «occidentali» importati da Cousin Yee, tocca ora a un'emblematica macchina da presa il compito di gettare scompiglio nella scuola del ferreo tradizionalista Wong Fei-hung. Oggetto che non può che provenire da mani occidentali, giusto per chiarire che Tsui non intende rivendicare nessuna paternità fuori luogo; ciò non toglie che siano i cinesi a dare all'oggetto il giusto valore, usandolo nel contempo per smascherare il complotto ai danni del governatore - ordito proprio dai russi che donarono la macchina da presa - e per riprendere i gesti di Wong Fei-hung. Quando il padre di Wong, osservando le immagini filmate, constata che il figlio è anche più veloce di quanto pensasse e lo stesso Fei-hung lo disillude parlando di immagini accelerate intravediamo in buona sostanza una metafora di quello che è carne e sangue del cinema dell'ex-colonia. La riflessione sul possibile uso distorto o creativo del mezzo è come una dichiarazione di poetica per Tsui che, fin dagli inizi, ha inteso il mezzo filmico come uno strumento per andare - sull'esempio di maestri come King Hu - al di là non solo di quanto possa visualizzare l'occhio umano (creando in un certo senso una sorta di super-spettatori, ormai avvezzi a ritmi di 15, o meno, fotogrammi al secondo) ma pure di quanto possa immaginare la fantasia più sfrenata (Zu: The Warriors from the Magic Mountain) o malata (come dimostrano i folgoranti We are Going to Eat You e Dangerous Encounters - 1st Kind a inizio carriera).
Qualità che non difettano nemmeno in questo episodio, peraltro, a giudicare dalle rutilanti coreografie di Yuen Woo Ping, che raggiungono nuovi standard di magnificenza con gli scontri tra le coloratissime «teste di leone». Per non parlare delle evoluzioni di Iron Foot, tali da scatenare movimenti di macchina forsennati dal basso verso l'alto che sbalestrano totalmente la soggettiva e sembrano quasi prefigurare le rivoluzioni cinetiche dello splendido The Blade. Gli occidentali tornano «cattivi» e stereotipati, giusto per non regalare troppe illusioni, e Fei-hung, al solito casto e puro nonostante il tira e molla con Cousin Yee, salva l'autorità costituita, pur senza nascondere tutto il suo disprezzo. I toni farseschi presenti qua e là saranno destinati ad aumentare in modo esponenziale nel prosieguo della serie, privata già dal successivo episodio del contributo essenziale di Jet Li.

Hong Kong, 1993
Regia: Tsui Hark
Soggetto / Sceneggiatura: Charcoal Tan, Tsui Hark, Chan Tin-suen
Cast: Jet Li, Rosamund Kwan, Max Mok, Hung Yan-yan, Lau Shun

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