Passionate Killing in the Dream

Scritto da Stefano Locati. Postato in FILM

Passionate Killing in the DreamUna fotografa sogna degli omicidi commessi da uno psicopatico. Svegliandosi, scopre che tali omicidi sono stati commessi realmente. Conoscerà in seguito una stilista che la convince a fotografare per lei delle modelle per la sua nuova sfilata, venendo in contatto con uno psicologo. Questo psicologo riuscirà a convincere la polizia che le visioni della donna sono vere, permettendo con le sue descrizioni di stilare un identikit dell'assassino. Naturalmente l'assassino non ci pensa due volte e si mette sulle tracce dello scomodo testimone.
Tutto qui, e difficile che non vi ricordi qualcosa, visto che Passionate Killing in the Dream non è altro che un rifacimento (molto alla lontana) di Gli occhi di Laura Mars, e per giunta assolutamente non riuscito. La prima cosa a colpire negativamente è sicuramente una fastidiosa estetica rimanenza degli anni '80. Vestiti, acconciature, luci, tono enfatico della recitazione, tutto porta alla mente un modo ormai (fortunatamente) accantonato di fare cinema. E' un peccato, perché il regista (tra l'altro questo è - stranamente o meno - il suo unico film) si sforza di trovare inquadrature strane o di creare un mood a seconda di dove posiziona la macchina da presa, ma i suoi sforzi sono vani in rapporto al girato. Troppe incongruenze e lungaggini perché il tutto possa infatti avere un qualche interesse. Passionate Killing in the Dream è un film stanco e sconclusionato, che inizialmente prende una direzione per poi cambiarla più volte quando si è già in corsa. Dentro c'è spazio per un po' di tutto. Thriller psicologico, scene d'azione, melodramma - con la storia d'amore abbastanza patetica tra psicologo e fotografa e l'ancor più insensata sottotrama dell'omosessualità della stilista. Il tutto si riduce così ad un puzzle assemblato male. Troppo scollegati i diversi registri adottati per risultare un qualcosa di unitario o perlomeno gradevole. Assistiamo quindi ad un susseguirsi di scene tutte sostanzialmente scontate o già viste. Il dramma del serial killer è alquanto raffazzonato ed implausibile, con i suoi lunghi (e soporiferi) ricordi delle sconfitte risalenti a quando era un lottatore professionista. Gli omicidi sono caratterizzati poi dalla sua ossessione per una certa musica, per lo scattare foto mentre uccide le sue vittime e per indossare uno smoking con farfallino rosso. Il perché di questi tratti è un mistero non svelato - e allora non si capisce perché siano stati inseriti. Passando poi alla protagonista, le cose non migliorano di certo. Le sue visioni sembrano legate ai sogni, salvo poi scoprire a metà film che può avere visioni dell'accaduto recandosi sul luogo del delitto. Oltrettutto la scelta di sceneggiatore e regista è di lasciar perdere completamente la trama per inserire scene di combattimento a mani nude totalmente gratuite. Michiko Nishiwaki - giapponese solita frequentare le scene hongkongesi, un po' come la ben più famosa Yukari Oshima, e come lei specializzata in film d'azione - pare infatti capitata nel film quasi per caso, e, viste la sua bravura nelle arti marziali, sembra si sia deciso di sfruttarla a dovere. Il che, tutto considerato, non è forse un male eccessivo, visto che le uniche parti interessanti dell'intera pellicola sono proprio quelle di lotta che vedono la Nishiwaki protagonista, dove perlomeno si intravede (ma senza rivelarsi troppo, per carità!) una certa inventiva. Si potrebbe andare avanti ancora a lungo a parlare di molte altre incongruenze, ma avrebbe poi senso, considerato quanto già detto?
Possibilmente da evitare, e senza rimorsi...

Hong Kong, 1992
Regia: Wong Gwok Chue
Soggetto / Sceneggiatura: Lau Chi Wa
Cast: Michiko Nishiwaki, Lam Ban Gwan, Bak Yue San, Wong Man Yue

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