"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Police Confidential

Police ConfidentialUscito dall'aura protettiva della Film Workshop di Tsui Hark, Raymond Lee arriva tra le braccia di un altro grande nome, quelle del regista-qui-produttore Kirk Wong, che gli finanzia Police Confidential. Non a caso siamo dalle parti di un poliziesco nerissimo e di forte impatto emotivo: il realismo è la prima preoccupazione dei due artefici, che iniziano un balletto autoreferenziale, citandosi a vicenda (una scena richiama Crime Story, un'altra Organized Crime & Triad Bureau). In tal modo Lee sfugge all'antipatica etichetta di stilista, senza svendersi ma piuttosto arricchendo il proprio bagaglio culturale con un'impronta inedita - il cinema verité che occhieggia al thriller politico e alla denuncia sociale - tutt'altro che fastidiosa, soprattutto perché sposata ad un cinismo di fondo non retorico.
La struttura stessa della narrazione, frammentata (un flashback dietro l'altro) e poco lineare fino all'epilogo, è un mix di elementi differenti. L'incipit noir, con sottofondo rock a soffiare su un fuoco già scoppiettante, è da antologia: i titoli di testa svelano Simon Yam imprigionato e seviziato, le braccia legate al soffitto, il corpo coperto da abrasioni e ferite. Una donna, personaggio assolutamente emblematico (scopriremo successivamente che è una funzionaria dell'ICAC che flirta segretamente con l'uomo), interviene con prontezza e lo libera. Dietro al mistero, apparentemente difficile da comprendere, un complotto di potere che prevede intrighi, maneggi, corruzione e scandali di natura sessuale. E' rocambolesca la trasformazione, inattesa, in procedural movie tribunalizio, con un confronto che è a colpi di carta bollata e rivelazioni scottanti e non di pistole e proiettili.
La storia è solida, i personaggi ben definiti, l'andamento coinvolgente. Un poliziotto incastrato che deve liberarsi da ogni ingiusta accusa è il protagonista ideale per far schierare subito il pubblico dalla parte voluta. Il cattivo è arcigno e insopportabile, i suoi complici altrettanto indigesti. Eppure l'ago della bilancia non pende tutto da un lato: l'accusato ha comunque qualche scheletro nell'armadio; i funzionari corrotti fanno il lavoro sporco che la società gli richiede; la spalla del cosiddetto buono ha qualche vizio di troppo. Il pessimismo regna sovrano in una rappresentazione della realtà che sconcerta perché fin troppo veritiera. Raymond Lee e Kirk Wong, il cui apporto all'opera si immagina di un certo spessore vista la somiglianza con certi suoi lavori, Rock n'Roll Cop in primis, formano una bella coppia. Il primo si preoccupa soprattutto di piazzare la camera dove gli aggrada, cercando angoli strani e costruendo situazioni esteticamente difficili ma sempre eleganti e molto ricercate. Il secondo preferisce stare nell'ombra, suggerendo le soluzioni predilette e dando una mano con gli attori. Soprattutto con un formidabile Simon Yam, disposto a venire a patti con il proprio orgoglio, masochista, eccellente.

Hong Kong, 1995
Regia: Raymond Lee
Soggetto / Sceneggiatura: Lu Bing
Cast: Simon Yam, Linda Wang, Zhang Fengyi, Carrie Ng, Yiu Man

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