"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Possessed

PossessedQuando appare un feroce fantasma (questa la traduzione del titolo cinese) non si può fare granché. In Possessed di David Lai, una delle prime produzioni di Johnny Mak, il quale si avvale spesso della mano esperta del regista come esecutore, la vittima è un poliziotto che paga un gesto di debolezza del padre, anche lui tutore dell'ordine, rinchiuso da una decade in manicomio e reo di aver intascato una tangente da due criminali e di aver incolpato solo il terzo complice, condannato all'impiccagione. Lo spirito del tradito torna per vendicarsi: prima colpisce i due vecchi compagni in maniera violenta, poi si dedica al funzionario corrotto e alla sua prole, senza risparmiare chi si trova al loro fianco, siano essi un poliziotto alla soglia della pensione, un fotografo sbarbato o una cameriera coreana.
Come tutte le creazioni targate Johnny Mak anche questo horror, molto classico - che mescola superstizioni tradizionali e contesto urbano moderno -, riesce ad apparire più ricco e meglio articolato di quanto non sia in realtà. Richiamando Poltergeist: demoniache presenze e Entity e sfruttando l'efficace fotografia di Bob Thompson, Mak e Lai riescono infatti a risparmiare parecchio su effetti speciali e trucchi. Utilizzando pochi ma efficaci colpi di scena il regista orchestra con gusto il crescendo fantastico, rallentando tempi e successioni dei climax paurosi: dal suicidio dello zombi alle successive epifanie spiritiche Lai trova il modo, incredibilmente, di far passare oltre un'ora di pellicola, consegnando ai superstiti un epilogo con confronto diretto da sviluppare e chiudere in tutta fretta. Il rilassamento dei toni che ne deriva porta immancabilmente una buona dose di sbadigli, visto che in fine dei conti succede poco, soprattutto dal punto di vista spettacolare, e che le atmosfere risultano estremamente dilatate. Ma i volti segnati dei protagonisti, ben assortiti, una scena di nudo non troppo volgare - ma neanche particolarmente fine - e un paio di repentini intermezzi ironici permettono allo spettatore di riordinare le idee e di prepararsi, tra un raccordo e l'altro, alla conclusione della vicenda. Lai si mantiene su un livello realizzativo accettabile e Mak in modo particolare si conferma produttore inventivo, capace di creare dal nulla situazioni quanto meno interessanti, commercialmente valide e di sicura presa sul pubblico medio cantonese. Tanto da garantire un sequel di maggior successo, indipendente per contenuti ma sulla falsariga del prototipo.

Hong Kong, 1983
Regia: David Lai
Soggetto / Sceneggiatura: John Au
Cast: Siu Yuk Lung, Lau Siu Ming, Irene Wan, Chan Poi Kei, Tai San

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