"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Princess Iron Fan

Princess Iron FanIn peregrinaggio verso l'India, alla ricerca delle sacre scritture, il probo monaco Tang e i suoi compagni di viaggio devono fronteggiare due temibili minacce. Prima la dispettosa principessa Iron Fan, che pur di mandare a monte la missione dei nostri per un vecchio rancore nei confronti del Monkey King, non esita a uccidere e a affamare un'intera regione. Di seguito due sorelle demoni ansiose di catturare il monaco Tang e di assaggiarne le prelibate carni, in grado di donare a chi le assapora l'immortalità. In entrambi i casi è la prontezza del Monkey King, apparentemente sotto controllo e sempre più potente, a contrastare i pericolosi progetti criminali.
Nello stesso anno del grande successo di The Monkey Goes West, gli Shaw Brothers e Ho Meng Hua concedono al loro pubblico affezionato il bis, portando in primo piano il personaggio più amato, più simpatico e dalle maggiori potenzialità, il Monkey King: Princess Iron Fan riparte esattamente dal punto dove il primo film si era interrotto. Diviso sostanzialmente in due episodi - il primo, che dà il titolo alla pellicola, è ricco di ammiccamente sexy; il secondo più cupo e marcatamente avventuroso -, sempre ripresi dal grande classico della letteratura cinese Il viaggio in Occidente, è uno sfoggio di lusso produttivo e ricercatezza tecnica. Non tanto della regia, funzionale quanto basta e incapace di concedersi fronzoli non necessari (a malapena qualche elegante carrellata laterale), quanto del contorno: costumi, scenografie, effetti speciali - grossolani, affascinanti, accattivanti -, coreografie (di altissimo livello: d'altronde Yueh Hua, Cheng Pei Pei e compagni nascono tutti come divi marziali), numeri musicali - meno ricorrenti ma ottimamente orchestrati, merito anche della grazia di ballerina di Pei Pei, e meglio applicati al contesto -, sceneggiatura (ricca di dialoghi e duetti pungenti). Spicca il miglioramento del cast, che ai tre peregrini originali affianca attrici di grande richiamo come la Cheng, Lily Ho e Pat Ting. Il tentativo, abbastanza palese - e perfettamente riuscito: nonostante il frazionamento il risultato è più compatto, migliore rispetto al gradevolissimo prototipo -, è di rendere maggiormente commerciale la (già ricca) pietanza, diminuendo le dosi di humour surreale - ma non il senso del grottesco dettato da corpi che si trasformano, leggi della fisica stravolte e audaci trabocchetti ad equivoci - e aumentando tensione e combattimenti tipici dei wuxiapian tradizionali.

Hong Kong, 1966
Regia: Ho Meng Hua
Soggetto / Sceneggiatura: Ching Gong
Cast: Ho Fan, Yueh Hua, Pang Pang, Pat Ting, Cheng Pei Pei

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