"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Rock n'Roll Cop

Rock n'Roll CopAl primo approccio con Rock n'Roll Cop viene da pensare a un nuovo Long Arm of the Law fuori tempo massimo: è la storia di un poliziotto in trasferta in Cina a caccia di alcuni pericolosi criminali che hanno seminato il terrore uccidendo e commettendo reati su entrambi i lati del confine. Facile teorizzare sul gap culturale tra Cina e Hong Kong, facile parlare di un ritorno al realismo dei primi anni ottanta e ai modelli del noir urbano. Il titolo è esplicito, centrato sulla figura dell'attore principale: «Mentre lavoravamo a un nuovo progetto Anthony continuava a vantare le sue doti di chitarrista e cantante. E' per questo che il film si chiama Rock n'Roll Cop. Ci doveva essere anche una scena in cui Anthony cantava, perché il suo personaggio si riduceva a suonare in un pub. Ma ho scoperto che non era poi tanto bravo! Così non l'ho girata. E ho scoperto anche che Anthony doveva incidere il suo primo disco, e che aveva accettato il mio film solo per quella scena»1. L'attore aveva appena terminato con il regista l'ottimo Organized Crime & Triad Bureau e la reciproca stima ha fatto sì che una collaborazione fruttuosa continuasse.
Diverse storie che si intersecano e che si riuniscono nel finale, dove una chiusura nerissima e senza pietà per nessuno, senza vinti e vincitori, decreta la sconfitta totale di tutti i personaggi in gioco. Il ritorno alla crudezza della New Wave, per uno degli autori che aveva contribuito con le sue prime opere a codificare il movimento, lascia senza fiato. Grazie alla sontuosità della messa in scena, tutta costruita sui movimenti della macchina a mano e su una fotografia che sfrutta molto bene le povere locations di Shenzhen e di Hong Kong. Contrassegnata da una recitazione misurata quando deve esserlo e su di giri nei momenti di tensione. C'è poco spazio per scene non drammatiche: teso, duro, il noir qui rasenta il cinema verité dei documentari e ne sorpassa lo scarno realismo a sinistra, con un'attitudine nichilista al di là di ogni aspettativa. La violenza è il piatto forte di una pellicola bollata come Cat. III per certe scelte ai limiti del gore: colpi di rivoltella sparati in faccia, mani mozzate, torture e sevizie, niente può essere escluso dalla visione. Ma non si tratta di un'esibizione incontrollata o di compiacimento del gusto per il macabro. Per fortuna.
I sanguinari cinesi prima giustiziano un poliziotto e poi, giunti ad Hong Kong, affrontano una rapina senza rispetto per niente e nessuno: le barriere sono fragili, un determinato linguaggio non conosce limiti territoriali o culturali, il 1997 è vicino e c'è poca speranza per comprensione e confronto reciproci. O forse il temuto handover dev'essere considerato avvenimento da vivere positivamente, senza esagerare? Alla fine trionfa l'indifferenza, se è vero che «i poliziotti non si interessano di politica».

Note:
1. Isabelle Glachant - Cinema in libertà - Intervista a Kirk Wong, in Segno Cinema #80 (Edizioni Cineforum di Vicenza, 1996).

Hong Kong, 1994
Regia: Kirk Wong
Soggetto / Sceneggiatura: Lu Bing
Cast: Anthony Wong, Wu Hsing-guo, Yu Rong Guang, Carrie Ng, Jennifer Chan

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