"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Saviour of the Soul

Saviour of the SoulSaviour of the Soul è complesso a sufficienza per poter rappresentare, ipoteticamente, un discorso compiuto sullo stile postmoderno1, tutto hongkonghese, dove generi e umori, attori e maschere, invenzioni e stravaganze, assortite e mescolate in un unico calderone, convivono senza problemi di coerenza o di coesistenza. In un futuro imprecisato, tre guerrieri - due uomini, una donna - devono affrontare la vendetta di un temibile assassino, Silver Fox, cui hanno ucciso il maestro. Alla morte di uno dei tre, la donna, per amore del superstite, decide di abbandonarlo e di rendersi irreperibile pur di non coinvolgerlo e di non provocargli alcun danno. Ma lui non si dà per vinto e nonostante gli intoppi sul percorso - la sorella dell'amica morto, di cui ha promesso di prendersi cura, che si innamora di lui; una potente signora che per errore ha promesso di sposare -, segue le poche tracce che portano a lei. Ma anche Silver Fox è in agguato.
Non è un caso che dietro a tutto ci sia il genio di Jeff Lau (secondo molti anche co-regista, in incognito dalle triadi che gli avevano imposto un anno di riposo forzato), il cui script (le stesse voci di corridoio giurano che anche Wong Kar-wai abbia partecipato alla stesura del progetto; vedendo tante scene non sembra improbabile) slancia le coreografie di Corey Yuen e la solida mano di David Lai, associatisi nei primi anni novanta con successo. Un arabesco colorato, camp, sopra le righe, che prepara la strada al più rozzo (meno consapevole, meno divertito / divertente, meno folle) The Heroic Trio di Johnnie To, dove Anita Mui ripete il ruolo della guerriera combattuta tra amore e eroismo. A dettare il ritmo è l'umorismo, a volte raffinato, a volte scurrile (le parti comiche della gemella di May), a volte irreale (in un momento di grande pathos Kenny Bee chiede a Andy Lau cosa sceglierebbe tra sole e luna e la risposta è... una torta, visto che non si capisce un accidente di questi concetti alti, astrusi: tutto sta nel darsi un tono!). Il corpo viene usato in tutte le sue possibili prospettive: sia quando è imbrigliato dai cavi per volare e combattere, sia quando è oggetto di attrazione da mélo, sia quando mostra le potenzialità basse e demenziali per far scaturire la gag che rovescia l'emozione del momento. Le citazioni - tra cui almeno Swordsman e Days of Being Wild - non sono mai casuali, e sembrano piazzate a bella posta per irridere: in realtà omaggiano un modo di fare cinema che riesce a essere scanzonato e un momento dopo serissimo, cupo, commovente. Tutti i dettagli sono studiati minuziosamente e hanno un posto preciso nell'affresco visto nel suo insieme: tanti tocchi d'autore (e tante raffinatezze formali: la voce over, i raccordi arditi, la colonna sonora) sono geniali e rischiano di passare in secondo piano, oscurati dalle rutilanti sequenze d'azione. Su misura gli effetti speciali (quasi cialtroneschi) - le spade in digitale, le metamorfosi, i ritocchi sulla pellicola -, cui il dettaglio grafico - decapitazioni, mutilazioni, omicidi, sangue - e la splendida fotografia di Peter Pau (spesso unica protagonista, capace di nobilitare location e scenografie povere) offrono benefici in termini di spettacolarità e allargano gli orizzonti del discorso. Sul fronte attori tutto fila come previsto, anche se Anita Mui in un doppio ruolo (è May, l'eroina, e, doppiata da una voce maschile in falsetto, la di lei sorella gemella, imbranata e civetta) tende ad esagerare; Andy Lau, al contrario, dimostra più ironia del solito nello sporcare il suo solito personaggio da piccolo grande macho. Brevi apparizioni per Kenny Bee, Gloria Yip e Carina Lau, che fungono da cursori melodrammatici; Aaron Kwok non è ancora una star cinematografica, quindi gli tocca il ruolo del cattivo (con capelli bianchi: ne riprenderà i panni, in chiave ironica, in Millionaire Cop).

Note:
1. Qui più che mai da intendersi come astrazione popolare e non come astrusa pretesa intellettuale (tanto meno autoriale, nel senso occidentale del termine): «[...] un cinema che, alla fine, si lascia leggere anche al livello più ingenuo, come somma sequenziale e paratattica di attrazioni e occasioni di spettacolo. Anche il postmoderno continua a ragionare a blocchi, come il cinema più popolare.» Alberto Pezzotta - Tutto il cinema di Hong Kong (Baldini & Castoldi, 1999 - pag. 162).

Hong Kong, 1991
Regia: Corey Yuen, David Lai
Soggetto / Sceneggiatura: Jeff Lau
Cast: Andy Lau, Anita Mui, Aaron Kwok, Gloria Yip, Carina Lau

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