"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Shanghai Blues

Shanghai BluesTsui Hark, geniale cantore dei generi, ha attraversato con la sua maestria ogni possibile forma d'arte applicata al cinema, inventando filoni e riformando il passato tradizionale attraverso la sua personale estetica. Dopo gli exploit nudi e crudi della New Wave, grazie alla quale si è messo in luce, il regista vietnamita è passato a incassare quanto di sua spettanza, prima con la divertente parodia All the Wrong Clues (...for the Right Solution) e subito dopo con questo immaginifico Shanghai Blues, una commedia musicale che dà un nuovo significato alla parola fantasia. Non tanto per un approccio spericolato che è tipico del regista, quanto più per la messa in scena sontuosa, ridondante, e per il totale rispetto dei tempi comici. Shanghai Blues è in buona parte il cinema di Hong Kong. Il migliore esempio possibile, magari in coppia con il simile, e non solo per l'assonanza del titolo, Peking Opera Blues.
Tre personaggi senza una metà vagano a Shanghai in cerca di se stessi. Un uomo - il clown Tung, detto Do-Re-Mi - e due donne - una cantante da night club, Shun-shun, detta anche Skinny Bags, e un'emigrata senza soldi, la goffa Stool -, che si incontrano, si scontrano e continuano a incrociare i loro destini, inconsapevolmente. Sfondo di questa farsa, un po' mélo un po' slapstick, è la Shanghai di metà anni quaranta, che si è appena lasciata la guerra alle spalle, ma che ancora deve fare i conti con tutte le difficoltà (economiche) del caso e con mille problemi logistici. Ma un po' di tempo per innamorarsi lo si trova sempre, per fortuna.
Scritto da tre menti eccelse, e prodotto dalla neonata Film Workshop dello stesso Tsui, che per la prima volta si cimenta in proprio in questo ruolo, Shanghai Blues è originale, assolutamente irripetibile, un momento di cinema di amplissimo respiro, giocato sul filo del rasoio, tra equivoci, giochi di scena e espedienti assortiti. Un omaggio al cinema classico di Shanghai degli anni trenta, al musical americano, alla commedia sofisticata della Cinema City, ma non solo: tutti temi ricorrenti che in Peking Opera Blues troveranno la quadratura del cerchio. Che il regista sia un mago nell'adattare il suo occhio (ossia l'obiettivo della camera) ad ogni possibile situazione, non è novità da rimarcare per l'ennesima volta. Che invece qui adatti la sua grande capacità comunicativa ad un esperimento spurio, ibridato com'è di cultura hollywoodiana e di intransigenza autoctona, può essere fatto interessante. Scatenato come i suoi tre protagonisti, assolutamente impagabile, l'autore partecipa disincantato al gioco, e si mette sullo stesso piano dello spettatore, comprendendone le aspettative (ridere, divertirsi, godere di un lieto fine insperato) e lasciandolo stupefatto di sequenza in sequenza con trucchi, innovazioni e soprese a non finire. Il cinema regredisce a livello infantile, torna ad essere illusione e a meravigliare per la sua potenza visiva. Unica visibilmente delusa è la co-protagonista Sylvia Chang, che ancora oggi continua a ripetere che visti gli sforzi fatti sul set si poteva e doveva fare di meglio.

Hong Kong, 1984
Regia: Tsui Hark
Soggetto / Sceneggiatura: John Chan, Raymond To, Szeto Cheuk-hon
Cast: Kenny Bee, Sylvia Chang, Sally Yeh, Rachel Lee, Shing Fui On

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