"You can leave Hong Kong, but it will never leave you."

Shanghai Grand

Shanghai GrandShanghai, anni trenta: Hui Man-keung è una spia taiwanese sfuggita rocambolescamente a una quasi deportazione con tortura su una nave di pazzi, in cui i prigionieri rischiano di essere morsi e leccati da una donna elegantissima, spia dei giapponesi. Ting Lik è invece un piccolo scugnizzo malavitoso che passa la giornata a farsi trattare male da quelli più grossi di lui e a rincorrere le ragazze, specie una, Ching Ching. La signorina non è soltanto bella come un manichino dell'Upim, ma possiede anche l'indiscutibile pregio di avere come padre un gangster potente che ha preso in simpatia Ting Lik, e pian piano, contrattando di qui e uccidendo di là, sta cercando di farne il proprio successore. All'inizio, lo scugnizzo salva per caso il fuggiasco, e dissimulando un po' per amor di virilità, tra i due nasce una grande amicizia, bruscamente interrotta il giorno in cui lo scugnizzo, nello spiare il fuggiasco che fa la doccia con una focosa donna misteriosa, scopre che... la passionale di là nella doccia è la pura fanciulla che lui vorrebbe sposare!
Shanghai Grand è un film ridicolo e pretenzioso, ma perfortuna non è troppo lungo, e quindi lo si può prendere ridendo. Nelle intenzioni di Tsui Hark -qui produttore- doveva essere un action in grande stile, remake di una popolare serie televisiva TVB intitolata Shanghai Beach, in cui al posto di Andy Lau e Leslie Cheung c'erano Ray Lui e Chow Yun Fat. Charlie Yeung avrebbe dovuto interpretare la leziosa e inutile Ching Ching (così inutile che a un certo punto esce di scena e non torna mai più, nonostante sia la causa di tutto il pandemonio dell'ultima mezz'ora di film...), ma rifiutò, forse perché il copione conteneva per lei scene troppo piccanti. Almen Wong e l'insipida mainlander Ning Jing invece accettarono, e Shanghai Grand è così sciocco anche a causa delle loro facce: spente, vuote, fasulle, caricaturali. Almen Wong nei panni della collaborazionista giapponese ninfomane, soprattutto, è pesantemente fuori luogo, perfetta rappresentante di certi eccessi sboccati del cinema di Hong Kong dei primi anni novanta. C'è una scena in cui, in tipico stile tsuiharkico, Almen cerca di sopraffare Andy con un serpentaccio gommoso, prode effetto speciale di quei burloni della Film Workshop. Nell'attaccare Andy, si vede che il serpente è finto, ma è quasi accettabile. Quando però poi sfugge a ogni possibile controllo e incomincia a stritolare Almen, chissà come mai diventa grande grande, da un'inquadratura all'altra si indurisce trasformandosi in una massona carnosa, mentre Almen schiatta dimenandosi e ansimando in baby-doll.
Durante tutto il film gli eventi si succedono per caso, con poco ordine e spesso nessun motivo, come fossero evocati dall'essere action della pellicola, e non dall'interagire dei personaggi, i quali del resto sono solo dei figurini in stile C'era una volta in America. A Andy Lau in particolare sono toccati i difetti di sceneggiatura peggiori. Ammettendo senza batter ciglio cosette tipo omicidio, vendetta, regolamento di conti, e semplice esecuzione (trucida) di ordini, Andy si muove sullo schermo alla cieca. Se durante tutto questo manovrare il suo personaggio avesse posseduto un minimo di introspezione, ciò avrebbe di certo giovato alla verosimiglianza generale nonché al risveglio dell'empatia dello spettatore. Invece no, c'è Andy Lau, con il suo eterno ciuffo ribelle e la faccia da venduto a buon mercato; ma poi non c'è niente altro, nessuno spessore caratteriale, solo una serie di nonsense, tipo lui che in una scena raccoglie escrementi nei vicoli, e nella scena dopo, senza che sia accaduto niente di filmicamente rilevante, è vestito bene ed è improvvisamente rispettato da molti non-si-sa-chi. O ancora lui che compra un cinema per Ching Ching e lo usa per mostrarle un collage di sue fotografie (sue di lei) come regalo che precede la proposta di matrimonio (che lei rifiuta, almeno questo...). A Leslie Cheung va meglio, menomale, il ruolo del fuggiasco è a conti fatti decente, la totale superficialità con cui sono stati concepiti i personaggi giova al suo essere tenebroso e misterioso, e Leslie riesce a cavarsela con dignità in ogni situazione, essendo tra l'altro protagonista di un flashback che (escluso il gran smanettare untuoso e macho sul corpo di Ning Jing...), un po' per il livello della fotografia un po' per la generale atmosfera, è una delle poche cose riuscite di tutto Shanghai Grand, insieme ad un paio di scene d'azione.
Insomma, questo film può avere un senso per i fan collezionisti a priori: quelli di Leslie Cheung, quelli di Almen Wong e quelli di Andy Lau. Per tutti gli altri Shanghai Grand è un esercizio sterile di stili scopiazzati, vuoto ai limiti del demente.

Hong Kong, 1996
Regia: Poon Man-kit
Soggetto / Sceneggiatura: Sandy Shaw, Poon Man-kit, Matt Chow
Cast: Andy Lau, Leslie Cheung, Ning Jing, Almen Wong, Wu Hsing-guo

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