Shaolin Soccer

Scritto da Matteo Di Giulio. Postato in FILM

Shaolin SoccerTorna a distanza di due anni da King of Comedy Stephen Chiau, il più geniale comico di Hong Kong. Era difficile bissare il successo di pubblico e di critica del precedente lavoro, ma Shaolin Soccer dimostra come la vena artistica del comico, fattasi più personale a partire da The God of Cookery, sia ben lungi dall'esaurimento. Il metodo Chiau è in fondo molto semplice: si tratta di prendere in esame un contesto poco utilizzato al cinema e di svilupparne all'interno una storia che contenga quegli elementi comici (e romantici) necessari al regista per dominare la scena. Shaolin Soccer non si discosta molto da questo canovaccio, anzi ne palesa la funzionalità narrativa, con l'aggiunta di diverse variabili. La comparsa degli effetti digitali è la prima grande novità, e testimonia uno sforzo produttivo ambizioso (e non deluso, considerato che il film ha polverizzato ogni precedente record d'incassi a Hong Kong).
La storia è poco più di un pretesto. Con l'intenzione di diffondere gli aspetti positivi del kung fu, che non è solo arte del combattimento, gli allievi del tempio Shaolin, in profonda crisi spirituale, cercano di applicare alla vita comune la perfezione della disciplina marziale. Convinti del proprio ruolo educativo, e guidati da un ex asso caduto in rovina, i monaci formano una squadra di calcio con l'intenzione di vincere il campionato nazionale. Il bildungsroman dei potenziali atleti dispensa critiche e lodi alla società cantonese. Da un lato infatti si depreca il materialismo, che comporta spreco di energie e di tempo; dall'altro si stimola ciascuno a credere nei propri mezzi, in un'ottica che indica l'homo faber fortunae suae come esempio da seguire.
L'impresa, sportiva e umana, si snoda su diversi livelli di difficoltà, proprio come in un videogioco. Il che introduce e giustifica un'estetica colorata e da manga (che deve moltissimo a un cartone animato di culto, quel Captain Tsubasa - in Italia Holly e Benji - dal cui immaginario sono riprese le tipologie dei match). Il ricorso alla computer graphic cala ancora di più la storia in un immaginario fantastico. Utilizzate in maniera anti-realistica, le manipolazioni esagerano le situazioni per estremizzarne le conseguenze. Tiri scagliati da centrocampo in grado di piegare i pali delle porte, parate ai limiti dell'impossibile, rovesciate in volo, sono solo una piccola parte degli espedienti che gli autori si concedono per meravigliare il pubblico. Agire sui contrasti è un modo per generare confusione, e per far scaturire le risate. E' inevitabile che si finisca per far prevalere l'aspetto ludico sui contenuti e in questo senso il film non possiede la leggerezza e la profondità di King of Comedy, rivelandosi piuttosto come farsa scatenata, ricca di rimandi e ricorsi storici: l'ennesimo tributo a Bruce Lee, stavolta meno velato del solito; lo spazio lasciato alla spalla Ng Man Tat (e alla nemesi di lusso Patrick Tse); il confronto un po' schematico tra buoni e cattivi; il personaggio ingenuo che senza volerlo scopre l'amore e aiuta una povera ragazza a emanciparsi.
Chiau come regista è cresciuto tantissimo (e non ha più bisogno di fare a metà con il fidato Lee Lik-chi, qui retrocesso a regista esecutivo), soprattutto nella direzione degli attori. Tanto che, ad eccezione di una serie di apparizioni speciali, u protagonisti, estremamente convincenti, sono tutti nomi di secondo piano. Non c'è neanche più bisogno di ricorrere in maniera massiccia alla demenzialità nonsense, lo stile del regista si è raffinato a tal punto da poter giocare per lo più sull'eleganza formale e sull'alternarsi di serio e faceto. La genialità di un simile cineasta, al servizio dello spettacolo, è un dono che non si può rifiutare.

Hong Kong, 2001
Regia: Stephen Chiau
Soggetto / Sceneggiatura: Stephen Chiau, Tsan Kan-cheung
Cast: Stephen Chiau, Vicky Zhao, Ng Man Tat, Patrick Tse, Wong Yat Fei

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